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ALMANACCO INDIPENDENTE

PER UN APPROFONDIMENTO DI 'EMBANKMENT' DI RACHEL WHITEREAD
Emanuela Pezzetta

Gordon Burn:
“You’ve called it EMBANKMENT. Why?”
Rachel Whiteread: “An embankment is somenthing that is built to hold
back water, or to support a road or railway ower low ground. I thought of
it as something that was built up, and built up out of other materials, something
that was completely connected to London and, specifically, resonated with
the river location of Tate Modern, wich I thought was important. As a word,
it’s associated with the moving of cargo – the boxes can be seen
as cargo – it isn’t too poetic, and it suggests scale.
There were so many other titles that I had, and that was the one that felt
right in the end. We’ll see when I’ve made the piece. I don’t
normally title things until they’re made.” [1]
Nell’immagine
conclusiva di Raiders of the Lost Ark (1981) di Steven Spielberg,
l’Arca dell’Alleanza una volta recuperata viene ermeticamente
chiusa in una scatola e riposta in un magazzino le cui estensioni sono talmente
vaste che non se ne vede la fine. All’interno del magazzino un numero
incalcolabile di casse accatastate una sull’altra emerge dalle luci
soffuse nell’inquadratura finale. Questa scena spettacolare su cui si
chiude il film suggerisce l’impressione di una divisione cubica dello
spazio a cui va aggiunto un profondo senso di mistero legato alla memoria
collettiva: una volta impacchettato, l’oggetto (l’Arca) diventa
anonimo all’interno di un accumulo di altri oggetti anch’essi
impacchettati e altrettanto anonimi, creando nello spettatore un senso di
assoluta curiosità su tutti i segreti racchiusi all’interno delle
singole scatole e alludendo così a una serie infinita di narrazioni
memoriali mai esplicitate.
È da questa suggestione filmica che nasce in Rachel Whiteread l’idea
per EMBANKMENT, una gigantesca installazione pensata appositamente per la
Turbine Hall della Tate Modern. 14.000 calchi di scatole di differenti dimensioni
hanno occupato dall’ottobre 2005 al maggio 2006 lo spazio immenso, quasi
sacro, della sala delle turbine per ricreare nella stessa scala dell’edificio
il senso di imponenza di quegli spazi che la Whiteread ha visto solo in magazzini,
come ad esempio quelli dell’Ikea, o in immagini filmiche, come quella
sopra citata o come alcune sequenze di Citizen Kane (1941) di Orson
Welles.

I calchi di ogni singola scatola sono ottenuti riempiendo di gesso l’interno
di scatole di cartone. Successivamente l’oggetto archetipico di cui
si prende la forma interna viene levato e separato dal suo negativo in gesso,
che a sua volta funge da matrice per la scatola semi-trasparente in polietilene.
La Whiteread, sin dall’inizio della sua carriera, ha cercato di racchiudere
lo spazio e solidificarlo. E’ sempre stata affascinata dalla realizzazione
di due spazi attigui, uno opposto all’altro come due realtà costituenti
lo spazio visibile; per questo realizza dei calchi che si fermano “allo
stadio negativo intermedio, senza produrre alcuna copia della forma e il calco
stesso diventa un oggetto di spazio solidificato” [2]. La sua produzione
artistica indaga sulle forme costitutive dello spazio della quotidianità,
depositario di memorie e veicolo di esperienze. Lo spazio per la Whiteread
è anzitutto di dimensione umana: per quanto effimero, lo stampo interno
dell’abitazione dell’East London da cui realizzò House
(1993) è una celebrazione degli spazi abitativi dell’uomo, ma
anche la testimonianza della loro breve durata. House venne infatti
demolita tanto quanto la casa reale che le aveva fatto da matrice. L’indagine
dello spazio operata con House era volta a mettere in luce come le
dimensioni degli interni delle abitazioni, combinati in labirintiche distorisioni,
non corrispondano a quelle esterne. Gli spazi domestici si intersecavano tra
di loro incuneandosi in blocchi impraticabili e quanto è quotidianamente
dotato di uno specifico senso epistemico appariva decontestualizzato, privato
del suo senso originario, stravolto e quasi grottesco.
Nella sua produzione in negativo, la Whiteread ha ricalcato materassi, vasche
da bagno, librerie, scale, per cogliere dall’interno il senso degli
oggetti, la loro natura costitutiva, divergente dall’immagine che l’uomo
edifica nella sua mente coadiuvato dall’abitudine e dalla memoria. Tutto
è un atto di indagine volto a comprendere come degli oggetti ordinari
occupano lo spazio, il modo in cui lo catturano o lo trattengono. I calchi
si presentano come delle impressioni negative di spazi positivi, delle loro
impenetrabili attuazioni, e sono spesso proprio dalla Whiteread proposti come
astrazioni dell’interno del corpo umano. Degli oggetti archetipici (scatole)
da cui derivano i blocchi costituenti EMBANKMENT rimane solo l’idea
degli oggetti stessi: l’oggetto reale viene sostituito dal calco del
suo interno, che è vuoto. Il bianco dell’oggetto ottenuto ne
sancisce l’appartenenza alla sfera memoriale, noetica, immediato e puro
come il percorso platonico interiore verso la luce della gnosi. È una
pura sublimazione dell’oggetto archetipico, ma il dato più interessante
è la duplice natura dell’oggetto ottenuto: simulacrum
dell’archetipo e al tempo stesso nuovo oggetto, dotato di una propria
individualità. I blocchi costruttivi e strutturali sono differenziati
dalle proprie e uniche qualità scultoree e sono investiti di una propria
narrativa e di una propria storia. L’interiorità della forma
ha pertanto un ruolo centrale, a cui segue necessariamente l’interiorità
dell’individuo umano come parte della memoria storica.
Le fonti dichiarate per questa installazione sono Fat Corner in Cardboard
Box (1963) di Joseph Beuys, i Brillo Boxes (1964) di Andy Warhol
e Meat Piece with Warhol Brillo Box (1965) di Paul Thek e Andy Warhol.
A queste fonti dirette di EMBANKMENT si uniscono altre opere: nel 1980 lo
scultore Edward Allington realizzò una serie di stampi di gesso intitolati
Ideal Standard Forms perseguendo le teorizzazioni di Platone, secondo
il quale, come sta scritto nel Timeo, era possibile realizzare un
solido capace, mediante le sue forme geometricamente perfette, di raccogliere
in sè il significato dell’universo e i segreti costitutivi del
cosmo. Questo parallellismo con il 'solido platonico' è perseguito
anche dalla Whiteread, la quale parte da scatole di cartone – che riduce
ad idea – da utilizzare come blocchi costituitivi della materia, dello
spazio, nonchè del tempo poichè individuati da una precisa capacità
di reminiscenza. Le scatole, infatti, vengono usate nella quotidianità
in continuazione e per diversi scopi, tra i quali anche quello di conservare
oggetti cari al ricordo. La cifra memoriale gioca un ruolo centrale nell’opera
della Whiteread; in EMBANKMENT si vede realizzato non solo un monumento a
vite individuali e agli oggetti delle persone (potenzialmente racchiusi in
scatole), ma anche un riflettersi dello stato del museo come custode della
memoria collettiva. L’attenzione per gli oggetti di scarto della società,
per i materiali di rifiuto poi riutilizzati all’interno di opere d’arte
è la cifra della produzione artistica di artisti britannici come Bill
Woodrow, Richard Wentworth e Tony Cragg. Oltretutto, come la Whiteread stessa
dichiara, “everything had a use” [3].

Altri sono i precedenti di questa produzione, come Untitled (1965)
di Donald Judd, Green Box (1935) di Marcel Duchamp, Column
(1961) e Mirror Cubes (1965-71) di Robert Morris. Ma è il
rapporto con la scultura minimalista a interessare maggiormente. Come riporta
Rosalind Krauss [4], i minimalisti evitano ogni effetto di composizione relazionale
attraverso la pura e semplice ripetizione degli elementi scultorei. I minimalisti,
annullando l’idea di un centro verso cui confluiscono le forme, negano
l’importanza logica dello spazio interno delle forme stesse: la forma
scolpita non possiede alcuna interiorità perchè l’interno
delle forme non fonda la significazione delle forme. Ciò a cui i minimalisti
puntano è la realizzazione di opere che negano il carattere individuale
e privato dell’esperienza, in maniera tale che il significato dell’opera
sia strutturato non nell’interiorità di una dimensione psicologica
e intima, ma solo all’esterno dell’opera stessa. I segni convenzionali
usati da Stella, i sistemi di permutazione delle opere degli anni Sessanta
di Sol Le Witt e le progressioni matematiche di Judd sono l’esempio
calzante delle strategie di esteriorizzazione del significato dell’opera
attuate dai minimalisti.
La Whiteread, invece, tratta ogni singola unità della sua installazione
come una forma linguistica di base, capace di formare, attraverso l’unione
con le altre forme linguistiche basilari, una composizione evocativamente
poetica attraverso le intime connessioni che possiede con l’oggettualità
personale, memorativa - inclinazione che il minimalismo ha invece represso.
Fa riferimento alle strutture primarie della scultura minimalista delle scatole
di Judd, dei mattoni e dei piani di lavoro di Carl Andre o delle serie di
griglie di Sol Le Witt, ma complica l’indagine minimalista delle forme
derivate da sistemi matematici aggiungendovici la sensibilità di autori
post-minimalisti come Eva Hesse, le cui forme aperte fatte in lattice o resina
spesso appaiono trasparenti e sul punto di collassare su se stesse. Eva Hesse
operando sui processi tradizionali della fusione, della laminazione e del
calco, conferisce un aspetto antropomorfico ai suoi oggetti, che, grazie proprio
al passaggio dal materiale grezzo per come viene trovato al materiale trattato,
conduce l’artista verso uno spazio scultoreo intriso di un sapore arcaico.
Il lavoro della Whiteread, suggeritole anche dall’osservazione delle
composizioni che suo figlio realizzava giocando con blocchetti di legno, si
basa proprio su quel principio che è assente in Sol Lewitt: ovvero
il coinvolgimento di fattori personali individuali.
Le forme minimaliste e post-minimaliste, difatti, esistono contettualmente
in un uno spazio asettico, fenomenologicamente astratto. I lavori della Whiteread,
invece, portano il proprio originario contesto con sè, trasferendo
la memoria dello spettatore sui calchi della quotidianità e in spazi
defamiliarizzati. Con le scatole di EMBANKMENT, la Whiteread ha trovato un’unità
formale che rappresenta sia il punto in cui avviene il trasferimento delle
memorie dell’individuo all’interno del museo, sia il punto in
cui il museo – la Tate Modern – ritrova attraverso l’opera
la memoria della sua funzione originaria, quella industriale.
Lo spazio della Turbine Hall è unico, una gigantesca sala di un edificio
che grazie alle sue intrinseche proprietà architettoniche ha la grandezza
e la vastità di uno spazio all’aperto. Le precedenti sculture
della Whiteread portavano la traccia inconfondibile degli oggetti e degli
spazi da cui erano state impressionate. Come copie in negativo della realtà
riportavano l’idea della realtà stessa che però, essendo
l’idea di un oggetto/spazio reale, altro non erano se non una sublimazione,
un’astrazione della datità fenomenica, presentata come simulacrum.
Qui, le migliaia di scatole nella Turbine Hall sono una replica all’eccesso
di simulacra di una reltà oggettuale, in cui le scatole non
sono solo degli oggetti in sè per sè, ma sono anche la natura
interna dell’oggetto originario da cui è stato realizzato il
calco. La loro duplice natura, materiale in quanto oggetti reali, immateriale
in quanto idee di oggetti archetipici, è sottolineata dalla materia
semitrasparente con cui sono stati realizzati, che li fa oscillare tra la
dimensione tangibile della datità e quella impalpabile del pensiero.
Il loro accumulo nella Turbine Hall riconduce questo spazio alla sua funzione
pre-museale, ovvero alla struttura industriale, attraverso la metafora del
magazzino. Le scatole di EMBANKMENT non sono però solo un mero accatastare
oggetti: incrementate della funzione memorativa, indicano l’accumulo
di ricordi individuali nella memoria collettiva.

La Whiteread, durante la preparazione del suo progetto, è stata assistita
da una squadra che ha creato al computer delle simulazioni tridimensionali
atte a focalizzare quanti volumi cubici di scatole potessero oggettivamente
riempire lo spazio della Turbine Hall. Successivamente ha costruito un modello
in piccola scala dell’installazione, per determinare visivamente come
le scatole sarebbero potute essere combinate, assemblate, posizionate all’interno
dello spazio, realizzando una serie di differenti combinazioni di prova. Questo
per dare maggiore tangibilità di quanto una configurazione grafica
al computer potesse realizzare, configurazione basata, tra l’altro,
sullo stesso tipo di sequenze numeriche a cui Sol Lewitt faceva riferimento.
Nel momento stesso in cui prendeva forma nella sua mente l’idea dell’installazione,
è approdata ad un assemblamento di forme capaci di restituire una combinazione
labirintica dello spazio, senza precise vie percorribili o un’unica
strada per uscirne. Il posizionamento in una struttura labirintica delle scatole
di EMBANKMENT comporta un’oscillazione continua tra l’irrazionale
e il razionale: razionale è la struttura dell’installazione,
con le vie percorribili e i moduli compositivi di differenti dimensioni che
sfidano in verticale le proporzioni della Turbine Hall; irrazionali sono i
fondi ciechi, l’assenza di uscite o reali percorrimenti all’interno
del labirinto, che spesso si spengono sulle oscure mura della sala delle turbine
o su altri accumuli di bianche scatole. La Whiteread relaziona la sua installazione
nello spazio dato in termini non soltanto di coordinate orizzontali e verticali,
ma anche sulle assi diagonali: funzionali a questo proposito sono le cesure,
i vuoti attraversabili contrapposti ai pieni dell’immenso ammontare
di scatole. La spettacolarità dell’installazione alla Turbine
Hall necessita pertanto di un’immersione esperienziale nell’opera
e conferisce, sia da un punto di vista fisico che concettuale, una nuova identità
allo spazio museale. Nel momento stesso in cui lo spettatore entra nella Turbine
Hall, superata la transizione tra spazio esterno e interno, discendendo la
rampa d’ingresso, ha una visione solo parziale dell’installazione
e l’apprendimento della stessa è lento e graduale, direttamente
proporzionale al suo avvicinamento. La completa manifestazione di EMBANKMENT
avviene solo nel momento in cui si è fisicamente immersi in essa, quando
l’esperienza dell’ordinario (ciò che sta fuori) è
sostituito dall’esperienza dell’arte (ciò che sta dentro).
Tale suddivisione non è però netta: ciò che sta dentro
rimanda a ciò che sta fuori, le scatole che compongono l’installazione
sono sagome ideali che rimandano alla loro primitiva funzione pratica esterna.
La loro sitemazione in una struttura labirintica rende ancora più complessa
la partecipazione all’installazione.
Carol Duncan e Alan Wallach in The Museum of Modern Art as Late Capitalist
Ritual [5], scrivendo dell’esperienza rituale del museo di arte
contemporanea, descrivono il museo come una cerimonia moderna che appartiene
a strutture architettoniche come chiese, templi, santuari e certe tipologie
di palazzi. Sostengono che gli storici dell’arte generalmente ignorano
i significati che le opere d’arte acquisiscono all’interno degli
spazi museali e insistono sul fatto che l’esperienza dello spettatore
è formata dall’intenzione dell’artista incarnata nell’oggetto
d’arte. Analizzando i bianchi esterni del MOMA di New York, dicono che
essi rendono più drammatico il momento del passaggio dall’esterno
all’interno, dallo spazio quotidiano a quello dedicato alla contemplazione
di valori più elevati, in cui è fondamentale il rito dell’essere
spettatori. Questi valori, per Duncan e Wallach, abbracciano l’ideologia
dell’ultimo capitalismo e fanno sì che il MOMA sia letto come
un monumento all’individualismo inteso come libertà soggettiva.
La discussione sul labirinto viene usata da Catherine Wood [6] come metafora
strutturale dell’esperienza del museo e del modo in cui i significati
sono incanalati verso il dialogo tra le opere d’arte; l’individuale
linguaggio di ogni artista è in stretta correlazione con la percezione
individuale che ciasun fruitore ha dell’opera.
La Turbine Hall, vero nucleo della Tate Modern e reale cuore del museo, è
un enorme contenitore in cui nulla è contenuto: c’è un
vuoto, talvolta riempito con delle installazioni temporanee. Svolge anche
una funzione pubblica: spesso i visitatori vi entrano solo per averne esperienza,
anche quando non è in corso alcun allestimento. EMBANKMENT introduce
un diverso ordine di esperienza labirintica che non è nè riconducibile
al rituale capitalistico teorizzato da Duncan e Wallach nè solo una
partecipazione ad una spettacolare estasi di un’opera d’arte di
grande scala. Le forme delle scatole suddividono un gigantesco vuoto in una
proliferazione di spazi più piccoli alternati a spazi vuoti e rovesciano
la natura dello spazio originario, tirandone fuori la sua interna geometria
come insieme di distinte unità.
Z. Badovinac, Tišina/Silence – Protislovne oblike resnice/Contradictory shapes of truth, catalogo della mostra, Moderna Galerija Ljubljana, 1992
Sensation – Young british artists from the Saatchi Collection, Thames & Hudson, London, 1997
R. Krauss, Passaggi – Storia della scultura da Rodin alla Land Art, Mondadori, 1998
I. Blazwick, S. Wilson, Tate Modern – The handbook, Tate Publishing, London, 2000
G. Dorfles, Ultime tendenze nell’arte d’oggi, Feltrinelli, 2003
C. Townsend, The art of Rachel Whiteread, Thames & Hudson, London, 2004
C. Mullins, RW – Rachel Whiteread, Tate Publishing, London, 2004
A. Roimer, New art in the 60s and 70s – Redifining reality, Thames & Hudson, 2004
S. Greeves, Rachel Whiteread, in 51. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia – L’esperienza dell’arte, Marsilio, 2005
C. Wood, G. Burn, Rachel
Whiteread – EMBANKMENT, catalogo della mostra, Tate Publishing, London,
2005