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ALMANACCO INDIPENDENTE

PALLADIO E VILLA BARBARO A MASER (TREVISO)
Emanuela Pezzetta

DATAZIONE
L’ideazione
di villa Barbaro, oggi Maggioni, è collocabile agli anni 1554-1555,
in un periodo immediatamente successivo alla collaborazione tra Palladio e
Daniele Barbaro per l’edizione critica dei Dieci libri dell’architettura
di M.Vitruvio tradutti e commentati da Monsignor Barbaro eletto patriarca
d’Aquileia [1] , pubblicata a Venezia nel 1556 e ristampata in
italiano e latino, con alcune varianti, nel 1567. Diversi sono i documenti
grazie ai quali gli studiosi hanno potuto ipotizzare la datazione della villa.
In primo luogo la lettera scritta da Giulia da Ponte di Spilimbergo e indirizzata
a Daniele Barbaro, non datata ma certamente anteriore al 1559 [2], anno in
cui venne pubblicata. In questa lettera Giulia da Ponte, nel dispiacersi per
il ritardo con cui Daniele Barbaro fa ritorno a Venezia, giustifica tale ritardo
per il “dolce et dilettevole diporto [che Daniele certo doveva ricevere]
da i suoi ameni giardini, e da quella bella e divina fonte da [lui] posta
con tanto mirabil inventione et artificio” [3]. Un altro documento appare
molto importante nel processo di datazione della villa: la constatazione espressa
dall’arcivescovo di Zara, Muzio Calini, al cardinale Alvise Cornaro,
in cui il 18 giugno 1562 scrive che “mosignor Barbaro” è
“andato in una sua villa nel Trevigiano”, abbandonando la sede
del Concilio che l’eletto di Aquileia aveva raggiunto nel gennaio 1561.
Per Puppi “la villa è certo il luogo della fabbrica
palladiana” [4]. Da altri documenti si può far retrocedere la
datazione fino al 1556: innanzitutto un testo poetico del Magagnò,
Prima parte delle rime antiche, edita a Padova nel 1558, in cui il poeta
pone a confronto la sua casa spoglia e misera con quella “ben dotà”
dell’amico Daniele. Sempre nello stesso testo, il Magagnò allude
al soggiorno di Daniele Barbaro fuori Venezia nel periodo in cui la capitale
fu colpita da un’epidemia (a Venezia ci fu la peste tra il 1556 e il
1557). Da questi dati si può perlomeno concludere che la villa esisteva
già tra il 1556 e il 1558 e che, con ogni probabilità, la sua
progettazione risale al periodo di collaborazione tra Daniele e il Palladio
(1556) per l’edizione vitruviana.
I recenti studi basati sulla ricerca sui registri notarili di Asolo [5] hanno
fornito delle date più precise sulla storia della villa e hanno confermato
queste ultime ipotesi. In primo luogo, seguendo quanto esplicitato da Basso
[6], la villa è costruita su delle preesistenze¬. Ne sono palese
conferma le tracce di cassettoni sopra il soffitto delle stanze anteriori,
i resti di un camino e delle finestre murate, tutti elementi emersi durante
le fasi di restauro della villa. Inoltre, sempre dai restauri, è apparso
evidente come le barchesse originariamente fossero staccate dal corpo principale
della villa, testimonianze tutte che fanno pensare che il corpo padronale
della fabbrica attuale, dalla fronte fino all’altezza delle scale d’accesso
al piano nobile, facesse parte della vecchia costruzione.
La prima testimonianza dell’esistenza di un edificio antecedente a quello
palladiano è la polizza d’estimo del 1537 pubblicata dal Basso
nel 1968 [7], che attesta l’esistenza di “casa, bruolo et
orto che s’accampava sul cuore delle possessioni acquisite in quell’area
assai per tempo” [8]. Che esistesse un precedente edificio e che fosse
utilizzato emerge anche dalle testimonianze che parlano della presenza in
villa, già il 16 maggio 1548, dei pittori Giambattista Ponchini [9]
e Girolamo Muziano [10], ospiti di Francesco Barbaro, padre di Daniele e Marcantonio.
Tali presenze, “alludendo a una qualche impresa decorativa in atto nella
‘vecchia’ dimora, paiono escludere che alla data fosse prevista
una sua [della villa] radicale manipolazione” [11]. Un’altra testimonianza
dell’esistenza di un edificio precedente alla villa palladiana è
la lettera indirizzata il 7 novembre 1551 da Ludovico Beccadelli, nunzio apostolico
in Venezia, a Bernardino di Maffei a Roma, dove ricorda che Daniele Barbaro
è “tornato di villa dove fu parecchi giorni, et per quel che
io vedo più per studiare le cose ecclesiastiche che per altro”
[12]. Questi dati non fanno che confermare l’esistenza e l’uso
dell’edificio pre-palladiano.
Per quanto concerne la datazione, l’opinione di Lewis [13] differisce
da quanto detto sinora poiché la fa retrocedere di diversi anni. Lo
studioso, analizzando le ville e i palazzi palladiani, si imbattè tra
il 1972 e il 1973 in due fogli della collezione Burlington – Devonshire
che, a suo giudizio, presentano schizzi originali del Palladio [14] per le
ville di Caldogno (foglio XVI, 20) e Maser [15] (foglio XVI, 5 - quest’ultimo
accompagnato anche da un altro schizzo atto ad illustrare l’idea iniziale
per la villa di Angarano), da lui datati con certezza in un periodo successivo
al 1547. Per Lewis, infatti, garanzia sarebbe il fatto che la collaborazione
tra Daniele Barbaro e il Palladio per l’edizione del testo vitruviano
risalirebbe già al 1547 [16] e si sarebbe successivamente mutata in
un rapporto costante dal 1551, anno in cui Daniele rientrò dall’Inghilterra
[17]. Pertanto, la datazione per XVI, 5 proposta da Lewis non supera il maggio
1548, sia per le similitudini che lo schizzo dimostra nei confronti della
villa di Angarano, i cui lavori iniziarono nel 1548, sia perché lo
stile grafico è simile al XVI, 20 per Caldogno (datato senza indugio
da Lewis al 1548 o 1548-49). Altra data cruciale, per Lewis, nella vicenda
della datazione è la morte di Francesco Barbaro [18], padre dei committenti,
avvenuta il 24 aprile 1549, prima della partenza di Daniele per l’Inghilterra.
“E’ pertanto possibile, per varie ragioni, datare lo schizzo della
pianta del Palladio per Maser nello stesso periodo 1548-49 (e forse più
esattamente nel maggio 1549), che abbiamo individuato in termini generali
come il periodo più probabile per l’invenzione di Caldogno, così
simile sia per quanto riguarda la tecnica che lo stile grafico”.

fig.1 – R.I.B.A., Palladio XVI/5
Il fatto che si tratti di due piante rapidamente disegnate su due fogli di
carta già precedentemente usati dal Palladio per dei disegni definitivi,
secondo Lewis non è un’anomalia ma trova conferma nel foglio
londinese XVI, 4 (con la seconda proposta per villa Pojana, 1544 - 1545 circa;
nel verso presenta una pianta leggermente modificata rispetto al recto, vicina
alla facciata di Caldogno) e il foglio XVII, 2 (con la pianta del pianterreno
di Palazzo Da Porto – Festa, con nella metà libera del verso
tre schizzi di piante).
In realtà solo quando, dopo la morte di Francesco Barbaro, la gestione
della villa passa ai figli [19] e, in special modo, a Marcantonio, iniziarono
ad emergere i primi segnali di un desiderio di ristrutturazione. Avvengono,
infatti, acquisti e permute di terreni, tutte concentrate nell’area
della casa dominicale, “dove nel 1552 si accenna a un ‘murus nuper
constructus’, cui è forse da riferire la presenza di un muratore
nell’estate del 1550 e in cui è riconoscibile il muro di cinta
della proprietà” [20].
Non deve essere comunque scartata l’ipotesi che le idee d’intervento
sulla villa a Maser risalgano ai primi incontri tra il Palladio e Daniele
Barbaro (quindi risalenti all’avvicinamento per la collaborazione alla
traduzione del testo vitruviano) o al momento in cui quest’ultimo rientrò
dalla legazione in Inghilterra (nel frattempo era stato nominato patriarca
eletto di Aquileia). Cevese [21] sostiene che la prima idea della villa di
Maser possa essere stata concepita proprio mentre erano a stretto contatto
per la traduzione del testo vitruviano, ma avanza anche altri due periodi:
quello compreso tra il 1552 - 1553, quando Palladio e Barbaro si recarono
a Trento, e l’anno 1554, l’anno del viaggio che i due realizzarono
a Roma [22] tra febbraio e giugno 1554. In ogni caso, Battilotti [23] sottolinea
in maniera perentoria come il progetto definitivo non possa essere che successivo
al viaggio a Roma [24] e, confrontati con i dati archivistici che ha raccolto,
non si può che pensare che la villa fu progettata intorno al 1555 [25].
Oltretutto, nel testo vitruviano pubblicato il 1556 Daniele Barbaro non menziona
la commissione fatta al Palladio, in altri punti enfaticamente elogiato. Questo
non fa che confermare che l’edificio in quel periodo non fosse ancora
concretamente realizzato (“difficilmente il Barbaro avrebbe perso l’occasione
di vantarlo tra i molti e superbi edifici [fatti da Andrea] ne la patria
sua” [26]). Altro dato significativo, è la documentazione
che attesta la presenza a Maser di maestranze edili a partire dal settembre
1554 e, poiché “l’anno seguente due muratori sono attestati
al lavoro in curtivo, è da credere che si fosse iniziato (…)
dalla fontana” [27].
La villa con ogni probabilità venne ultimata nel 1558, anno in cui
il poeta Magagnò la menziona nella sua composizione [28]. Va segnalato
che nel 1565 si registra ancora a villa Barbaro la presenza di un muratore,
probabilmente per delle opere di rifinitura; nel 1560 vi era ritornato il
Ponchini, o per una visita ai Barbaro o per ammirare gli affreschi del Veronese
o perché coinvolto in qualche altro incarico.
I RAPPORTI CON LA COMMITTENZA
La
villa fu voluta da Daniele Barbaro, patriarca eletto di Aquileia, e dal fratello
Marcantonio (come sta scritto nell’iscrizione lungo la cornice del frontone
del corpo centrale). L’architettura di Maser deve essere considerata
frutto di una collaborazione, forse non sempre felice, tra il Palladio e i
committenti, entrambi esperti di architettura. Daniele Barbaro, potente uomo
di mondo e di chiesa, scrittore e diplomatico [29]; Marcantonio Barbaro, personaggio
molto impegnato nella vita pubblica, anch’egli inserito nell’ambiente
diplomatico della Serenissima (di cui fu ambasciatore presso il sovrano di
Francia e di Costantinopoli), tra il 1561 e il 1564 inviato come Bailo a Costantinopoli,
fu anche scultore dilettante e figura centrale in tutte le discussioni per
progetti di costruzione pubblica a Venezia [30], dal 1574 al 1595, anno del
suo decesso.
La collaborazione tra il Palladio e Daniele Barbaro risale al periodo in cui
il patrizio aveva iniziato la traduzione in volgare dei dieci libri del trattato
di Vitruvio, durante la quale si era rivolto all’amico architetto per
chiedere consigli e suggerimenti. Palladio per l’edizione del 1556 gli
fornì pure dei disegni. E’ probabile, come sostiene Azzi Visentini
[31], che Daniele Barbaro sapesse già in maniera lucida che tipo di
villa farsi costruire, una villa all’antica che però rispecchiasse
l’architettura romana del Cinquecento, da lui profondamente ammirata
[32], una villa in cui rivivesse la casa degli Antichi come tempio dell’Universale
Armonia.
L’intervento di Daniele Barbaro è decisivo nella progettazione
della villa a Maser [33], tanto che Huse arriva a limitare l’intervento
del Palladio a una semplice organizzazione grafica di un’idea formulata
dal Barbaro stesso [34]. Del resto, è ormai provato che nella costruzione
della villa si siano scontrate quattro personalità: le due dei committenti,
quella del Palladio e quella del Veronese. L’intervento di più
mani nella progettazione della villa starebbe a giustificare, per Boucher
[35], quelle che sono delle incongruenze nell’opera palladiana altrimenti
inspiegabili, come il bugnato con un motivo scarsamente rilevato, le cornici
delle finestre troppo piccole e delicate rispetto alla scala della facciata,
le finestre del piano superiore poggianti sull’architrave e le balaustrate
dei balconi centrali ispirati a San Pietro di Michelangelo a Roma [36]. Ma
non solo: “su tutti e tre i lati le finestre centrali ad arco interrompono
maldestramente la trabeazione, indicando di nuovo un processo disegnativo
nel quale i vari elementi non furono completamente assimilati” [37].
Anche l’interno si presenta problematico: il salone cruciforme è
sproporzionato rispetto alle sale circostanti. Questo, secondo Boucher, perché
“qui il ruolo del Palladio fu quello di coordinatore, con il compito
di conciliare e di dare una patina professionale alle intenzioni dei due comittenti
che sapevano quel che volevano. Tali intenzioni produssero un edificio che
aveva più cose in comune con le contemporanee ville romane che non
con le ville fattoria tipiche del Veneto” [38]. Mitrovic [39] adduce
un’altra spiegazione alla presenza di incongruenze nella costruzione
della villa. Per lo studioso le ragioni sarebbero da rintracciare nella divergenza
esistente tra le teorie sistematicamente platoniche del Palladio, espresse
nei Quattro Libri [40] e applicate nel suo operato architettonico,
e la visione di Daniele Barbaro, profondamente legata all’aristotelismo
padovano che ha segnato la sua educazione.
Sta di fatto che, probabilmente, il valore assoluto e di ripristino filologico
dei temi classici del Palladio si è scontrato con la visione di Daniele
Barbaro per cui superiore a tutto è l’unità dell’arte.
“Nel rifiuto allora di un’artificiosità assoluta, che veniva
ormai richiesta a Maser e che trascendeva il discorso di un semplice ornamento
fatto delle ‘diverse inventioni’ che il Palladio tollerava di
ammettere, troverebbe giustificazione un allontanamento del maestro a favore
del Veronese. A costui sarebbe toccata in definitiva la gestione e l’esercizio
integrale ed unitario delle ‘arti liberali’, capaci di suggellare
nella vita dei Barbaro quel modello di Armonia Universale vagheggiato
da Daniele” [41].
Circa il ruolo che i committenti ebbero nelle fasi di progettazione e costruzione
della villa, va sottolineato che Marcantonio probabilmente assunse un ruolo
primario nella decorazione come scultore dilettante, assieme ai collaboratori
del Vittoria. A lui, infatti, si dovrebbero i tanti stucchi presenti ovunque
e forse anche il disegno ricercato delle modanature delle finestre, dei balaustri,
delle porte interne e dei caminetti. Tutte queste decorazioni, tra l’altro,
si ritrovano negli affreschi del Veronese nella sala dell’Olimpo, nelle
stanze ai fianchi di essa e tra gli archi che inquadrano i paesaggi nella
crociera. “Quei balaustri (…) sembrano invenzione non tanto di
un architetto, quanto di un decoratore facile a forme strane o concettose”
[42].
Malgrado queste interferenze, i rapporti con i Barbaro continuarono ad essere
fecondi anche negli anni successivi alla realizzazione della nuova villa.
Nel 1580, infatti, Marcantonio [43] commissionò al Palladio “il
tempietto annesso alla villa, ma collocato fuori del suo recinto, a concludere
visivamente la strada che arriva al paese” [44], opera che l’architetto
non riuscì a vedere conclusa in quanto morì, probabilmente proprio
a Maser, nell’agosto di quello stesso anno.
DAI QUATTRO LIBRI DELL’ARCHITETTURA ALLA VILLA REALE

fig.2. – Prospetto anteriore, scorcio da destra.

fig.3 – Prospetto anteriore, scorcio da sinistra.
La tavola presentata ne I quattro libri corrisponde in sostanza a quanto realizzato nella villa a Maser, in cui è rispettata anche la scala armonica delle proporzioni indicate da Palladio. Il disegno pubblicato nel 1570 è descritto dal suo artefice con numerosi particolari, tra i quali non figurano il nome di Paolo Veronese e quello dell’autore degli stucchi, sebbene si parli della ricchissima decorazione del ninfeo:
La sottoposta fabrica è a Masera, villa vicina ad Asolo, castello del Trivigiano, di monsignor reverendissimo eletto di Aquileia e del magnifico signor Marc’Antonio fratelli de’ Barbari. Quella parte della fabrica che esce alquanto in fuori ha due ordini di stanze: il piano di quelle di sopra è al pari del piano del cortile di dietro, ove è tagliata nel monte rincontro alla casa una fontana con infiniti ornamenti di stucco e di pittura. Fa questa fonte un laghetto che serve per peschiera; da questo luogo partitasi, l’acqua scorre nella cucina e dapoi, irrigati i giardini che sono dalla destra e dalla sinistra parte della strada, la quale pian piano ascendendo conduce alla fabrica, fa due peschiere coi loro beveratori sopra la strada commune, d’onde partitasi adacqua il bruolo, il quale è grandissimo e pieno di frutti eccellentissimi e di diverse selvaticine. La facciata della casa del padrone ha quattro colonne di ordine ionico; il capitello di quelle degli angoli fa fronte da due parti, i quali capitelli come si facciano porrò nel libro dei tempii. Dall’una e l’altra parte vi sono loggie le quali nell’estremità hanno due colombare, e sotto quelle vi sono luoghi da fare i vini, e le stalle, e gli altri luoghi per l’uso di villa.[45]
Il Palladio descrive l’ambiente che fa da cornice alla villa, indugia
sull’acqua che sgorga dalla collina e fa “un laghetto che serve
per peschiera”, dal quale dell’acqua “scorre nella cucina”
e quindi “irrigati i giardini” a sinistra e a destra della strada
che sale alla villa, “fa due peschiere coi loro beveratori sopra la
strada commune” per poi defluire al brolo. Seguendo il percorso dell’acqua,
Palladio fa sentire il movimento dall’altura del ninfeo ritagliato “nel
monte” alla pianura oltre la strada. Questa descrizione, come sottolinea
Puppi [46], è un caso unico tra tutte le testimonianze che il Palladio
ha lasciato di sé, non solo perché esplicitamente descrive il
suo modus operandi ma anche perché si sofferma su una descrizione
minuta e precisa dell’acqua. Generalmente le acque di cui parla sono
fiumi, rigagnoli che scorrono accanto a una villa, la cui presenza necessita
l’erezione di ponti o sistemi di controllo per evitare eventuali esondazioni.
In questo passo emerge quanto il tema dell’acqua sia fondamentale per
la villa a Maser [47]. Qui, però, “l’assunzione […]
dell’acqua – così come la decorazione pittorica e plastica
– doveva assecondare e, magari, suggellare, nell’ordine funzionale
e formale, l’impianto complessivo degli spazi, non sovvertirlo e sia
pur solo rappresentando altro che non fosse quel suo essere mera materia dominata
e piegata all’esigenza unitaria d’un insieme; linfa vitale, dunque
e certamente, ma nella sua elementare concretezza, non misteriosa portatrice
di significati riposti e complicati” [48].

fig.4 – La tavola di Villa Maser pubblicata nei Quattro
Libri.
Cevese [49] descrive la tavola di villa Maser come una delle più scadenti
dei Quattro Libri, “condotta in modo grossolano e disordinato,
con urtanti squilibri di proporzioni, con puerili incongruenze fra pianta
e alzato”. In ogni caso, permette di apprezzare l’articolazione
dei vari corpi di cui si compone l’edificio: quello centrale, “proteso
nel giardino e motivato in pianta da uno spazio crociato; quelli ad esso laterali,
cui s’accompagnano i porticati delle lunghe barchesse fino ai tre archi
estremi; dietro ai quali si sviluppano altre adiacenze che chiudono il giardino
posteriore a est e ad ovest, l’una, con le cantine, l’altra con
le stalle”.

fig.5 – Villa Emo a Fanzolo (Treviso).
Per
quanto rispecchi villa Emo a Fanzolo nell’impostazione generale [50],
villa Barbaro si differenzia in molteplici aspetti dalle altre ville palladiane
[51]. La residenza padronale è anomala, anche a causa dei limiti imposti
dalle preesistenze: non si ha la tradizionale compattezza del blocco dominicale,
ma un allungato e stretto corpo di fabbrica, che differentemente da quanto
succede a villa Emo, “esce alquanto in fuori” ed appare sproporzionato
rispetto al complesso degli edifici, “avendo un fronte di circa sedici
metri che corrisponde a un terzo della sua profondità, risultante dalla
successione della sala a crociera anteriore e di quella dell’Olimpo,
che si apre a monte verso il retrostante giardino segreto” [52]. La
sala, decentrata rispetto al resto del complesso, non è più
il fulcro della villa attorno al quale ruotano le altre stanze. Anzi, si tratta
più che di un’unica sala, di due ambienti rivolti su due fronti
opposti, quello posteriore (che, rivolto verso il giardino segreto, prosegue
lateralmente nelle stanze [53] del secondo piano delle barchesse) e quello
anteriore (con sala a crociera [54] che si protende verso valle). Si tratta
dell’unica villa palladiana con sala a crociera [55] in cui i bracci
laterali del corpo padronale si aprono direttamente sui fianchi dell’edificio
[56]. Basti pensare alla Malcontenta e a Villa Pisani a Bagnolo, in cui la
sala a crociera dai lati immette ad altri ambienti ricavati all’interno
della mole squadrata della fabbrica.
È evidente a villa Barbaro l’innesto tra due assi, ovvero quello
longitudinale che va da sud a nord [57] con quello trasversale che va da est
a ovest [58]. Villa Maser è l’unica villa di Palladio in cui
è presente un’addizione così esplicita e netta di parti
nel medesimo corpo centrale, mutuata da villa Madama [59] (la cui distribuzione
è determinata dalla presenza di due assi che si intersecano nel cortile
circolare). Altro elemento che risulta unico nella produzione palladiana,
è la differenziazione così categorica degli assi, motivata dal
diverso valore assegnato alla sequenza degli spazi interni e alla loro disposizione
in un contesto accentrato [60].
Il corpo centrale ha due prospetti, entrambi conclusi da un frontone triangolare.
Uno è comprensivo del piano nobile e di un attico prospiciente il ninfeo,
l’altro del pianterreno e del piano nobile, rivolto a sud e adorno di
quattro semicolonne ioniche di ordine gigante [61] (di cui le estreme fasciano
lo spigolo mediando il passaggio ai lunghi fianchi). Non compare la loggia:
al suo posto c’è una terrazza quadrangolare in leggera pendenza
cui seguono pochi gradini come nei porticati ai lati e allude al motivo templare
attraverso le quattro semicolonne ioniche addosse su cui è impostato
il frontone triangolare che simulano di sostenere, largo quanto l’intero
prospetto. La facciata del corpo padronale è il punto di approdo della
strada di accesso ed è preceduta dalla terrazza quadrangolare.

Fig.6 – Prospetto anteriore con terrazza quadrangolare.
Le riflessioni di Fagiolo [62] sulla facciata sono piuttosto incisive: “la volontà di rappresentare un portico sembra giustificare l’aporia del finestrone che, a differenza dell’opera costruita, non interrompe il cornicione del timpano. André Corboz mi segnala una villa settecentesca la cui derivazione dalla tavola dei Quattro Libri – anziché dalla villa originale di Maser – è evidenziata dalla presenza di una facciata a portico. Si potrebbe pensare, come ipotesi di lavoro, che la tavola dei Quattro Libri rifletta criptograficamente un progetto palladiano per un portico in facciata, non realizzato per l’opposizione dei committenti: ricordiamo che nei disegni preliminari della villa appaiono effettivamente una serie di colonne libere sia nella facciata a monte sia nei lati del corpo aggettante a valle”. Ciò giustificherebbe anche l’assenza, nei Quattro Libri, dei nomi del Veronese e del Vittoria, chiamati a collaborare dai committenti in alternativa ai piani palladiani. Ci si può adirittura spingere fino al punto di vedere nella facciata interventi di Daniele Barbaro e del Veronese [63].

fig.7 – Prospetto anteriore: il corpo dominicale.
Sui frontoni delle finestre (leggendo dal basso veso l’alto) a sinistra
compare la scritta NIL TECTI SVB TECTO / HOSPES NON HOSPES (che sta a significare
che nessun segreto è celato sotto il tetto di questa villa e che l’ospite
deve sentirsi egli stesso padrone), mentre in quelle a destra OMNIA TUTA BONIS
/ NON SOLUM DOMINIS (ossia: tutto è per i buoni, non solo per i signori).
Nel fregio si trovano le firme dei committenti, DAN. BARBARVS PAT. AQUIL.
/ ET MARCVS ANT. FR. FRANC. F., accanto agli stemmi dei Pisani (la madre dei
committenti era Elena Pisani) e dei Giustinian (la moglie di Marcantonio era
Giustina Giustinan). Questi riferimenti familiari sono collegati, sulla cornice
della grande finestra centrale, da copiosi festoni che celebrano l’abbondanza
delle terre possedute, sormontati dalle aquile del patronato feudale.

Fig.8 – Il frontone a timpano spezzato.
Al
centro del timpano compare la testa di un bue vivente, un geroglifico egiziano,
simbolo, secondo Leon Battista Alberti, della pace [64]. Sulle corna del bue
compare un’aquila imperiale bicipite, coronata dalla triplice tiara
papale e reggente lo stemma patrizio dei Barbaro. Ai lati del toro della Pace
e dell’aquila della Concordia, si trovano due enormi delfini (che sono
sia una celebrazione del mare universale e di quello veneziano, anticipata
dalla statua di Nettuno nel viale d’accesso alla villa, sia i simboli
di Venere) con sul dorso due coppie di giovani; i maschi con un braccio proteso
in avanti afferrano le corna del bue, con l’altro cingono le femmine.
Degli amorini sono collocati negli angoli del frontone. Come si può
apprendere da Strabone e Pausania [65], questi sono gli eroi mitici spartani
Taras e Falanto (secondo Giustino figlio del semi-mitico eroe Arato) con le
Parteniane, i quali, mentre si trasferivano dalla Grecia in Italia per fondare
Taranto, vennero salvati da un naufragio da dei delfini. “Vediamo allora
incoronare la splendida facciata della villa di Maser le immagini della gente
più ammirata dell’antichità, salvata dall’Amore,
unita dalla Pace, protetta dalla Concordia, nel realizzare il loro grande
destino di trasferire la cultura greca il Italia; e non a caso sono rappresentati
proprio nel mezzo del mare veneziano” [66].
Confrontando l’alzato nei Quattro Libri con l’esecuzione,
oltre alle differenze nell’assestamento dei rustici, nella definizione
del sistema delle scale degradanti dai portici al giardino, nella diversità
dei rapporti armonici tra la villa e la pianta [67], si avverte una discrepanza
nell’intercolumnio mediano del corpo centrale, dove la finestra centinata
del piano nobile sottostà alla trabeazione continua dell’ordine.
Nella villa realizzata, la trabeazione si interrompe, la finestra invade con
con la sua centina lo spacco repentino e imprevedibile fitto di decorazioni
di gusto manieristico.

fig.9 – Prospetto anteriore: le finestre del corpo dominicale.
Le finestre laterali, che “si affastellano in modo alquanto impacciato” [68], presentano piccoli frontoni al piano superiore triangolari e tangenti la trabeazione, al piano inferiore curvilinei e a breve distanza dalla soglia delle finestre soprastanti. La finestra centrale del secondo piano nella parte inferiore con il balcone balaustrato poggia direttamente sul portale d’ingresso, di dimensioni ridotte. Quest’ultimo, in realtà, non è l’ingresso vero e proprio degli appartamenti a uso padronale: il piano inferiore, infatti, è un seminterrato che emerge raggiungendo “una discreta altezza (sempre tuttavia di gran lunga inferiore a quella della soprastante sala, le cui volte a botte dei bracci, che si intersecano al centro formando una crociera, si innalzano ad occupare lo spazio del frontone, fino al sottotetto)” [69] e che è collegato col piano nobile all’interno da una scala di servizio, non indicata nella tavola dei Quattro Libri, all’esterno tramite l’ordine gigante [70]. L’ingresso padronale è collocato sul fianco del corpo padronale, nel porticato con le scale che salgono al piano dominicale (quest’ultimo occupa anche il piano superiore delle barchesse e si apre verso il cortile segreto). La conseguenza è che il piano dominicale non è distinto dal piano rustico, come generalmente accade nelle ville palladiane [71]. Altro dato significativo, sulla disposizione dei piani della villa, è che al giardino segreto, vero e proprio ambiente di soggiorno padronale che si conclude con l’emiciclo del ninfeo, si accede direttamente dal piano superiore dell’edificio [72].

fig. 10 – Sezione (da O. Bertotti Scamozzi, Le fabbriche
e i disegni di Andrea Palladio, 1776 – 83)
Nella
pianta dei Quatto Libri, le scale che dalle barchesse portano al
piano nobile sembrano separare lo spazio crociato e tutto il corpo centrale
dal corpo più lungo che si stende a segnare il perimetro meridionale
del giardino superiore. Per quanto concerne le scale, Mitrovic [73] evidenzia
come Palladio differisca dall’Alberti e da Vitruvio sulle loro dimensioni.
Sia Vitruvio che Alberti infatti sostenevano che l’alzata dovesse essere
compresa tra un massimo di nove pollici [74] e un minimo di due. Palladio
corresse questo valore ad un massimo di sei e un minimo di quattro pollici,
facendo sì che la profondità della pedata, compresa tra i dodici
e i diciotto pollici, fosse il doppio del valore dell’alzata, ottenendo
una rampa di larghezza mai inferiore ai quattro piedi e composta da non più
di undici o tredici gradini. Villa Maser sottostà a questi parametri,
così come Palazzo Chiericati, villa Pisani, villa Cornaro e villa da
Porto [75].
Un aspetto curioso della pianta di villa Maser pubblicata nei Quattro
Libri, come sottolinea acutamente il Wittkower [76], è che essa
non mostra che “ogni gruppo di stanze rappresenta un’unità
distinta, per mezzo del trattamento dei soffitti”. Il gruppo centrale
con volte a botte presenta una gradazione di altezze: “la stanza più
alta sull’asse principale è posta fra due stanze minori, con
volte a botte più basse”. Il rapporto, invece, dei soffitti delle
tre stanze adiacenti, è rovesciato: “due stanze più alte
stanno ai lati di una più bassa”. Inoltre, “la struttura
principale, sopravanzata rispetto alle lunghe ali laterali, ha volte a botte
sui bracci, che si intersecano all’incrocio. Le volte di questi bracci
sono notevolmente più basse della volta a botte della stanza retrostante”.
In tal modo il Palladio ha conferito allo schema della villa una notevole
dinamicità visiva [77].

fig.11 – Plastico della villa (si vede la posizione
e la configurazione
della sala cruciforme (Mitrovic, 2004).
Per
quanto riguarda il resto della villa, una prima attenzione va dedicata ai
fianchi del corpo centrale. I porticati si innalzano fino all’altezza
del cornicione del blocco padronale. Non esercitano la funzione di collegamento
tra la parte padronale e i servizi, né si tratta di veri e propri rustici
[78]: al piano superiore, infatti, contengono gli ambienti padronali. Dietro
i porticati si allungano due fabbricati simmetrici uniti senza alcuna soluzione
di continuità al blocco padronale di cui fanno parte, conferendo così
alla parte dominicale una pianta a “T” [79]. Nei porticati, deboli
a giudizio di Cevese [80], la fascia alta, semplificata a prolungamento della
trabeazione dell’ordine, s’interrompe in corrispondenza delle
grandi finestre centinate, in cui si sovrappone un modesto frontone triangolare.
Esiste un disegno [81] presso il magistrato veneto dei Beni Inculti, magistrato
realizzato dall’ufficio dei Provveditori sopra i Beni Comunali e istituito
il 6 ottobre 1574 per decreto del Senato. Il perito che ha fatto il rilievo
catastale è rimasto anonimo e il disegno viene datato tra il 1605 e
il 1633. Il disegno, secondo Kubelik, si riferisce a villa Barbaro sebbene
presenti delle differenze nel numero di arcate delle barchesse, nell’assenza
dell’ordine di colonne nella facciata del corpo centrale e in quella
del timpano minore nel prospetto laterale visibile. Si presenta diverso anche
rispetto alla tavola dei Quattro Libri e all’aspetto che ha
attualmente la villa per il numero delle finestre, per la forma della scala
principale e per l’altezza delle colombare. Poiché le proporzioni
e il numero dei piani delle colombare sono riprodotti con notevole esattezza
[82], Kubelik, considerando che a seguito della legge del 30 giugno del 1520
i possedimenti muniti di opere di difesa furono espropriati a favore dell’ufficio
dei Provveditori sopra i Beni Inculti, ipotizza che nel 1633 o negli anni
immediatamente precedenti la villa avesse delle colombare strutturate in maniera
differente sia rispetto al posizionamento attuale sia rispetto alla tavola
presentata nel trattato palladiano.
Le torri colombare, dal tono eccessivamente aulico, in contrasto con la loro
funzione utilitaria [83], presentano tre archi separati da pilastri più
grossi degli altri, tanto da contenere nella parte inferiore nicchie rettangolari
entro cui sono inserite statue. In alto sono decorate con un frontone triangolare
soprastante a un calendario solare delimitato da volute, raccordato da due
quarti di cerchio alle strutture sottostanti, e competono per eleganza e scala
con il corpo mediano. Quest’ultimo riduce nell’insieme il suo
valore di soggetto dominante, scardinando così la gerarchia tra le
varie parti di un complesso architettonico sostenuta da Palladio.
La progettazione dei caminetti, secondo Burns [84], è da attribuire
direttamente al Palladio. Dal restauro del disegno R.I.B.A., XVII, 6, infatti,
è emerso un leggero disegno a matita di una trabeazione con un fregio
a bucrani e drappeggi, e di un caminetto, nel quale la trabeazione sporge
sopra una colonna [85]. Il foglio è coronato da una voluta ionica [86]
“simile allo sfondo dipinto dei caminetti di villa Barbaro a Maser,
ed è decorata con cartocci manieristici. Una soluzione così
ornata, così poco ‘palladiana’, secondo una concezione
limitativa (ma, credo, falsa) dello stile di Andrea, a mio parere aumenta
la probabilità che i camini di Maser siano fatti su progetto dello
stesso Palladio”.

fig.12 – Lucido degli schizzi palladiani per un caminetto
(Londra, R.I.B.A., XVII, 6v).

fig.13 – Saggio di interpretazione di Burns degli schizzi
palladiani per un caminetto
(Londra, R.I.B.A., XVII, 6v).
La conclusione del passo tratto dai Quattro Libri fa comprendere come villa Barbaro non fosse intesa solo come residenza umanistica ma anche come fattoria, lontana dalla polemica antiurbana della contemporanea tradizione romana. In questo periodo l’aristocrazia veneziana aveva avvertito una difficoltà nei commerci marittimi, pertanto una conversione d’interessi verso l’economia della terra era vista come una scelta quasi inevitabile per il mantenimento del prestigio e della ricchezza. Oltre alla concezione tradizionale della villa come luogo non soltanto si svago ma anche di reddito, qui si aggiunge la contingenza pratica di un mercato marittimo difficile. Il fatto che villa Barbaro fosse sia una villa dell’otium sia una fattoria, fa ben intendere perché il Palladio avesse malamente reagito di fronte all’eccesso dell’impianto decorativo. Avendo progettato una villa in aperto equilibrio tra questi due aspetti, l’imponenza dell’Olimpo degli affreschi faceva prevalere il lato dell’otium sull’equilibrio delle due parti. Come sottolinea Puppi [87], nei Quattro Libri il Palladio mette in evidenza sia la casa padronale, avanzata anteriormente [88]per equilibrare il ninfeo posteriore, sacrale con la fronte con colonne di ordine ionico, sia il lato rustico e la sua produttività.
LA QUESTIONE DELLA DECORAZIONE: STUCCHI ED AFFRESCHI
I
lavori nella villa si protrassero a lungo, soprattutto per completare la ricca
decorazione in cui fu impegnato nel ciclo di affreschi del piano superiore
, tra il 1560 e il 1561 [89], Paolo Veronese, stranamente non ricordato nei
Quattro Libri. Diverse sono le ipotesi a giustificazione di questo
silenzio:
- probabilmente il pittore è stato chiamato direttamente in causa dai
committenti senza previa consultazione dell’architetto;
- probabilmente il Palladio, all’epoca amico del Veronese, aveva disapprovato
l’impianto decorativo, “carico di amplificazioni e di forzature
illusionistiche della misura spaziale predisposta (si pensi solo alle infinite
pergole, ora scomparse, sulla crociera)” [90]; inoltre, basti pensare
alla volta della sala dell’Olimpo, che sfonda illusionisticamente i
calibrati spazi dell’architettura palladiana.
L’intervento, voluto dai committenti e disapprovato dal Palladio, probabilmente
incrinò temporaneamente il rapporto d’amicizia dell’architetto
con il Veronese e, verosimilmente, anche con Daniele Barbaro, tanto che quest’ultimo,
nella riedizione vitruviana del 1567, ridusse drasticamente l’enfasi
elogiativa precedentemente versata per il Palladio.

fig. 14 – La decorazione pittorica: Stanza del Cane
(n.1), Stanza dell’Olimpo (n.2), Stanza della Lucerna (n.3), la Crociera
(n.4), Stanza di Bacco (n.5), Stanza del Tribunale d’Amore (n.6)
Il programma iconografico degli affreschi è dottissimo, è una
summa della cultura del tempo e quasi sicuramente deriva da una dettatura
di Daniele Barbaro [91], probabilmente influenzata da uno dei libri contemporanei
più importanti sulla mitologia, ovvero Immagini degli dei
di Vincenzo Cartari, pubblicato a Venezia nel 1556 [92]. Il tema principale
è l’armonia e la pace che governano la terra nell’intimità
famigliare, nella coltura dei campi, nella gestione dello stato e nell’universo.
Tale armonia è rappresentata dalle otto suonatrici poste entro nicchie
negli affreschi della sala a crociera e in quella dell’Olimpo, ed è
alla base della raffigurazione cosmica sulla volta della sala dell’Olimpo,
cui assistono da un sottostante ballatorio la moglie di Marcantonio Barbaro
(che però negli affreschi non compare), ovvero Giustina Giustinian,
e i loro figli. “La decorazione rispecchia puntualmente i suggerimenti
di Vitruvio, per cui le grottesche sono bandite mentre numerosi sono i paesaggi,
che rievocano ideali siti lontani, con vedute di antiche rovine, città
di mare e una natura pittoresca, al cui interno viene inserita la stessa villa
dei Barbaro: siti ben diversi dall’ordinato paesaggio agrario che si
poteva ammirare dalle finestre della residenza” [93].
Nella Stanza del Cane (fig. 14 - n.1), così chiamata per il cane accucciato
ai piedi della finta finestra che si apre su un paesaggio marino, oltre a
paesaggi si trovano figure allegoriche, tra le quali la Fortezza che strappa
la cornucopia alla Fortuna, insidiata dall’Invidia. Nella Stanza della
Lucerna (n.3), così chiamata per la presenza di un amorino che sorregge
una lucerna accesa sopra la Madonna della pappa, lo schema della
Stanza del Cane si ripete: delle figure allegoriche sporgono dal cornicione,
tra cui la Fede e la Carità. Queste due stanze sono divise dalla Stanza
dell’Olimpo (n.2), la più complessa per la sapiente sintesi del
sincretismo pagano-cristiano, nonchè cuore della casa. Colonne corinzie
alle pareti inquadrano paesaggi e sorreggono Giustina Giustinian e i figli.
Sulle lunette si trovano le raffigurazioni delle Stagioni e i riquadri minori
del soffitto contengono misteriosi simboli astrologici che racchiudono la
volta con gli dei dell’Olimpo troneggiati da una figura femminile trasportata
da un drago e immersa in una luce folgorante [94]. La Crociera (n.4) è
scandita da motivi architettonici sia a stucco che dipinti, tra i quali si
inseriscono paesaggi e le figure delle suonatrici. Nella Stanza di Bacco (n.5),
Bacco svela agli uomini i misteri del vino, mentre nella Stanza del Tribunale
d’Amore (n.6) sul soffitto è rappresentata l’Allegoria
degli Sposi Felici attorniati da putti festanti.
Il silenzio di Palladio attorno al Veronese nei Quattro Libri è
dettata, secondo Puppi [95], non tanto dalla presenza tra coloro che lavorarono
a villa Barbaro di un “pittore esuberante” quanto dal ruolo di
“architetto concorrente” [96] che il Veronese deve aver avuto.
A Maser, infatti, concordemente all’intento dei committenti, si può
supporre che il suo ruolo non si sia limitato alla direzione degli affreschi,
ma anche dell’intero apparato decorativo [97]. Questo giustificherebbe
le illusioni ottiche introdotte negli affreschi interni e il timpano spezzato,
entrambi decisamente antipalladiani. A suggellare questo suo ruolo, sempre
secondo Puppi, sarebbe “l’immagine della villa in uno sfondo delle
partiture d’affresco, [che] fissa la referenza più inequivocabile
e sicura (…) di Paolo Veronese architetto”.

fig.15 – Veronese, villa Maser (particolare degli affreschi
della crociera).
Questo andrebbe anche a giustificare l’immagine della villa restituita
dal Palladio nel suo trattato, un’immagine che corregge il timpano.
Il motivo per cui Daniele Barbaro diede così grande autonomia al Veronese
[98] in un momento in cui sembrava che la sua predilezione per il Palladio
fosse assoluta è dettato dalla necessità del dotto committente
a far rivivere nella villa a Maser la concezione della villa antica come tempio
di Universale Armonia. Questa concezione è agli antipodi della visione
palladiana dell’architettura, per cui la professionalità dell’architetto
è contrapposta all’artificiosità delle decorazioni.
Parte essenziale del ciclo decorativo pittorico è l’affresco
sulla volta della grotta, che ha per tema la Pace-Abbondanza, dovuto sempre
al Veronese.
Per la decorazione scultorea, il nome avanzato è quello del Vittoria,
anch’egli non menzionato dal Palladio nei Quattro Libri, ma,
a detta di Puppi, “per ragioni […] d’altra natura”
[99]. Sempre Puppi, concordando con le perplessità di Serra, sottolinea
che più che imputare l’intero apparato decorativo degli stucchi
al Vittoria, si possa avanzare il suo semplice coinvlgimento come soprintendente
all’esecuzione dei lavori. Numerosa letteratura, infatti, tramanda che
sia stato Marcantonio Barbaro [100] a realizzare gli stucchi. Il fatto che
questo tipo di decorazione non sia omogenea e in sintonia con la genesi della
struttura architettonica, fa pensare che debba essere stato pensato, come
il ciclo pittorico, dai committenti e poi successivamente trasmesso alle maestranze
che lo hanno portato in atto. “Il suo dispiegarsi in sequenza di immagini
sembra, sovente, sovrapporsi (magari violentando […] ) a un dato già
determinato e, in certo modo, indipendente o estraneo: e, per di più,
non appare fissato ab origine in quanto definitivo progetto ma impostato come
discorso in progress, quantunque guidato dal filo segreto di una volontà
d’apoteosi del riparo ozioso e privilegiato” [101].
IL GIARDINO SEGRETO E IL NINFEO

fig.16 – Il giardino segreto fotografato trasversalmente.

fig.17 – Il ninfeo.
I cortili sono per Palladio degli spazi aperti delimitati da edifici, sui quali danno in genere le finestre delle stanze interne. Di regola nei palazzi sono quadrangolari, non necessariamente chiusi da corpi di fabbrica su tutti i lati, mentre nelle ville, quando non sono pensati come peristili, hanno in genere tre lati porticati ed un quarto chiuso da un muro di recinzione o da siepi. Il cortile, come sta scritto nei Quattro Libri, è parte integrante della casa [102] e la sua cura deve essere costante [103]. I modelli sono sempre da ricercarsi nell’antichità e si estendono allo studio delle piazze dei greci e dei romani [104]. Nella parte, infatti, che tratta della casa degli antichi, Palladio inserisce due tavole in cui, ai lati dell’atrio, sono indicati due giardini con un portico su un solo lato, “ma che risvolta sugli angoli con una soluzione che vedremo realizzata nel cortile di palazzo Barbaran a Porto” [105].

fig.18 – Schema assonometrico della casa degli antichi
(sulle piante dei Quattro Libri dell’Architettura).
Per quanto concerne villa Barbaro, non si può realmente parlare di cortile, quanto piuttosto di una sistemazione di vasti spazi a giardino. “Sul retro della Barbaro ci appare uno degli unici esempi di cortile senza porticati e l’ornamento è affidato alla parte ove è tagliata nel monte rincontro alla casa una fontana con infiniti ornamenti di stucco e di pittura” [106].

fig.19 – Cortili di ville palladiane (1: villa Zeno,
Cessalto; 2: villa Repeta, Campiglia;
3: villa Badoer, Fratta Polesine; 4: villa Mocenigo, Marocco; 5: villa Emo,
Fanzolo;
6: villa Pojana, Pojana Maggiore; 7: villa Godi, Lonedo; 8: villa Barbaro,
Maser).
Il
ninfeo venne certamente eseguito entro il 1565-66, poiché lo ricordano
sia i Quattro Libri sia il Vasari [107], che lo paragona a quello di Villa
Giulia. Il Vasari, quindi, ricordando la fabbrica in due passi distinti e
paragonando la fontana a quella di Villa Giulia, fornisce uno strumento indispensabile
per la datazione della fabbrica, confermando che nel 1566 la villa già
esisteva.
Palladio insiste sul percorso dell’acqua che scaturisce dalla sorgente
dietro la villa, attraverso l’anfora retta da una divinità fluviale
adagiata sul fondo della grotta [108], e che successivamente, dalla vasca
del ninfeo vivacizzata da giochi d’acqua, passa all’interno della
casa per fini domestici e poi viene diretta alle otto fontane che ornano il
giardino anteriore, distribuito su scomparti a diversi livelli. Da qui, raggiunge
la fontana di Nettuno e, dopo aver irrigato il brolo, è destinata all’irrigazione
dei campi. Tale percorso richiama sia quello dell’Acqua Vergine a villa
Giulia [109] sia gli scritti di Pirro Ligorio [110].

fig.20 – Il ninfeo con al centro l’accesso alla
grotta.
Elemento di derivazione romana, eccezionale nella vicenda del Palladio, il ninfeo costituisce uno stimolo imprescindibile all’intera progettazione [111] di villa Barbaro. E’ ellittico [112] e si apre al centro del cortile segreto sul retro del complesso, a livello del piano nobile. Le statue che lo decorano, probabilmente realizzate da Marcantonio Barbaro e non dal Vittoria, rappresentano dieci divintà dell’Olimpo greco preposte alla custodia dei boschi e delle acque, direttamente identificabili grazie agli epigrammi che le accompagnano [113]. Sono collocate all’interno di nicchie scavate nella parete curva, decorata con trofei e festoni, mentre quattro telamoni [114] giganti sorreggono la base del frontone. Quest’ultimo si presenta decorato da Erotes montati su ippocampi, genii alati, amorini reggenti ricchi festoni, piccole civette, tutti interpretabili come frutti della Responsabilità e dell’Amore, come nel frontone della facciata della villa.

fig.21 – Ingresso alla grotta (dettaglio).
Nella
parte centrale, da cui sgorga l’acqua, un’apertura centinata introduce
alla grotta, “un piccolo ambiente a pianta centrale dal carattere di
sacello sacro, voltato a botte, con una vasca-altare sopraelevata sul fondo,
sulla quale giace la divinità fluviale preposta alle acque della retrostante
sorgente, qui convogliate e generosamente elargite dall’urna che il
vecchio fiume regge tra le mani” [115]. Accanto a quest’ultimo,
c’è una bambina nell’atto di abbracciare un’oca.
Nel mezzo dell’emiciclo del ninfeo si apre l’ingresso alla grotta,
elemento scarsamente diffuso nei giardini veneti cinquecenteschi, che trova
riscontro solo in villa della Torre a Fumane e al palazzo di Camillo Trevisan
a Murano del 1557 circa (in quest’ultimo la presenza di una grotta ha
spinto la critica a pensare ad un intervento di Daniele Barbaro [116]). “La
grotta scavata nel monte, all’interno riccamente decorata, è
organicamente ingoblata nel complesso della villa, di cui addirittura, seguendo
il parallelismo villa-corpo umano, rappresenterebbe il capo, e Palladio nella
tavola del trattato ne indica le dimensioni, 12 piedi, esattamente l’ampiezza
del braccio lungo della sala a crociera” [117].
Attraverso la testimonianza di Pausania, Lewis [118] ricostruisce la simbologia
della grotta: sappiamo che “la giovane è Proserpina stessa; che
il ruscelletto si chiama Hercyna (per cui il boscoso monte dietro sarà
da identificare con la foresta Hercyna, dove si trovava l’oracolo, in
un sacrario così simile agli elementi retrostanti la grotta maseriana
da non lasciare dubbi che essa è stata copiata da quello); e che un
santuario vicino è dedicato alla personificazione di Cerere che si
chiama Europa”. Inoltre, “Pausania continua: nella grotta
dove sgorda la fonte ci sono immagini in piedi, con i serpenti intrecciati
sugli scettri, da lui provvisoriamente identificati come Trofonio-Asclepio
e Hercyna-Salute. E, più importante di tutto, i supplicanti si preparano
ad entrare nella caverna oracolare sostando alcuni giorni in una costruzione
annessa, dedicata al Genio Benefico e alla Fortuna Provvidenziale”.
Per Lewis questi sono dati che inconfutabilmente testimoniano la dedicazione
dell’intera villa “a quelle supreme forze divine”. Infatti
nella nicchia destra dietro il ninfeo si trova la statua del Genio di casa
Barbaro (rappresenta la Pace), mentre nella nicchia a sinistra si trova quella
della Fortuna Provvidenziale.

fig.22 – L’antica divinità fluviale e la
giovane che abbraccia l’oca all’interno della grotta.
Sul
soffitto della grotta il Veronese affrescò l’Allegoria di Venezia
nelle sembianze di una dama incoronata con accanto il leone marciano, incorniciato
da elaborati intrecci in stucco. Le pareti, fastosamente decorate, inglobano
in nicchie statue allegoriche con dotte iscrizioni in latino. Tutto questo
apparato decorativo è in contrasto con la zona absidale della grotta,
artificialmente rustica con stalattiti e incrostazioni.
Le fonti possibili sono “l’emiciclo della cavea che doveva concludere
a monte villa Madama, rimasto allo stadio di progettazione, l’emiciclo
e il ninfeo di villa Giulia, nonché gli Horti Bellaiani, completati
nel 1554 ed eretti sulle rovine delle terme di Diocleziano, oltre alle spettacolari
fontane a emiciclo a villa d’Este, specialmente quella di Tivoli o della
Sibilla, dove l’innesto tra arte e natura raggiunge il suo apice (realizzata
però dopo il 1560)” [119].
Puppi [120] inoltre non esclude che la suggestione della fontana realizzata
da Girolamo Ammannati nel giardino di Girolamo Gualdo in Pusterla a Vicenza
possa aver giocato un ruolo decisivo in quanto il Palladio ha realizzato nella
villa a Maser.
Le decorazioni del ninfeo si presentano più organiche di quelle interne
alla villa rispetto al progetto architettonico palladiano, motivo per cui
gli studiosi ipotizzano che essi siano stati non solo consentiti, ma anche
disegnati dal Palladio in persona ed eseguiti entro il 1565-66. In ogni caso,
“presenta una decorazione plastica esuberante non riscontrabile in altre
ville del Palladio […] nella quale si è vista un’influenza
della decorazione della galleria di Francesco I a Fontainebleau, ma anche
opere quali il Casino di Pio IV e la stessa villa Giulia prima delle spoliazioni,
tutte caratterizzate da un marcato horror vacui” [121]. Nei
Quattro Libri il Palladio mette in evidenza l’importanza del
giardino segreto nella concezione della villa, ma disapprova la ridondante
decorazione plastica del ninfeo. Anche in questo caso, come per il ciclo di
affreschi, le decorazioni seguono un programma iconografico elaborato e dotto,
certamente pensato dai committenti.
LE SOLLECITAZIONI OFFERTE DALLE ESPERIENZE ROMANE CONTEMPORANEE
Lo studio del Palladio delle antichità di Roma va inserito all’interno
di un contesto più ampio, che vede il suo più esplicito corrispettivo
negli studi umanisti nel campo della letteratura antica. Questi interessi
iniziarono con ogni probabilità dalla frequentazione giovanile che
il Palladio ebbe con il mecenate Giangiorgio Trissino, che lo introdusse allo
studio della Roma antica, frequentazione contemporanea alla sua partecipazione
come membro all’Accademia Olimpica, un’associazione atta a promuovere
la cultura e la letteratura drammatica e composta principalmente da aristocratici
vicentini. Non deve essere trascurato, inoltre, che l’attenzione del
Palladio per le antichità classiche emerse anche nel 1554 nella guida
alle antichità di Roma [122] e nell’edizione da lui curata del
De Bello Gallico di Cesare [123].
I piani di Pirro Ligorio (amico sia di Daniele Barbaro che del Palladio) per
i giardini di Villa d’Este a Tivoli, villa Madama, villa Giulia e il
casino di Pio IV sono alcune delle fonti di villa Barbaro, così come
lo sono precedenti ville palladiane (in particolare villa Angarano e villa
Ragona) [124]. A rendere esteticamente straordinaria e unica villa Barbaro
tra tutte le ville palladiane è la presenza di elementi suggeriti dalle
antichità romane. Quando Palladio si recò a Roma con Daniele
Barbaro nel 1554, rimase colpito da villa Giulia, l’edificio più
spettacolare che allora si potesse vedere a Roma. I suoi stucchi, le sue fontane,
la maniera in cui gli emicili sono ripetuti per tutta la pianta si ritrovano
anche a Maser [125].

fig. 23 – Villa Giulia, Roma: il ninfeo con, in basso,
la grotta.
Altri sono gli elementi da considerare nella ricerca delle fonti di villa
Barbaro. Per farlo, è necessario considerare il ruolo esercitato da
Daniele Barbaro. Questi dedicò la traduzione del testo vitruviano al
cardinale Ippolito d’Este, elogiando il suo architetto, Ligorio. C’è,
secondo Burns [126], una forte corrispondenza tra le decorazioni degli ornamenti
delle fontane del ninfeo e quelle del grande giardino che il cardinale fece
realizzare a Tivoli e al Quirinale. Inoltre, anche nel blocco centrale di
villa Barbaro gli stucchi presentano caratteristiche più vicine alle
soluzioni di Ligorio che al gusto di Palladio.

fig.24 – Pirro Ligorio, il casino di Pio IV, Giardini
Vaticani.
Il discorso dell’acqua nella villa a Maser è indiscutibilmente un momento imparato dalla villa di Pirro Ligorio a Villa d’Este a Tivoli [127]. Il Palladio si rifà ad essa, la prende come modello, ma la depura da ogni impicazione esoterica, puntando ad un’architettura intesa come puro ed equilibrato ordine spaziale, in accordo con gli antichi. Del resto, come fa notare Puppi [128], sebbene si possa quasi con fermezza sostenere che il Palladio non abbia mai letto i manoscritti di Pirro Ligorio, non vanno trascurate le somiglianze tra questi e il passo dei Quattro Libri dedicato a villa Barbaro. Il libro XL [129] del manoscritto di Ligorio sull’antichità, tratta dei fiumi e delle fontane, nonché delle problematiche d’acqua. Scrive della “mirabile natura dell’acque correnti le quali, versando da perpetui fonti, arricchiscono la terra e la bagnano et l’alimentano a guisa de le vene del corpo humano [… e così] rendono le comodità ai mortali de la copia delle frugge, secondo è piaciuto a colui che ogni cosa compose et terrena et celeste et ha ogni cosa donato a le sue creature come padre universale” [130]. L’acqua, per Ligorio, da anche luogo a costruzioni mirabolanti di bellezza, perché “ritornando al mare, le acque vanno ornando le terre et rendendo l’abbondanza loro donde la tolgono uscendo da le parti occulte de la Terra capace di suoi sostegni” [131].
fig.25
– Antonio da Sangallo il Giovane, Progetto per la pianta di Villa Madama
a Roma,
1519-20, disegno, Uffizi, Firenze.

fig. 26 – Villa Madama, sezione centrale, modello ligneo.
Le
affinità con villa Madama [132] sono numerose. Già si è
visto come la distribuzione degli edifici determinata da due assi ricordi
il progetto, appunto, di villa Madama, ma non solo. Anche il portale al centro
del piano inferiore costituisce, proprio come a villa Madama, il punto di
approdo per chi sale alla villa frontalmente; gli ambienti al suo interno
fungono da aulico vestibolo agli appartamenti dominicali, situati al piano
superiore. Anche a villa Madama tutte le stanze principali si trovano allineate
al livello superiore della villa [133]. La finestra principale di villa Barbaro
è quella al centro della facciata, al secondo piano; la stessa funzione
svolgeva a villa Madama la loggia frontale, anch’essa sul piano superiore.
Inoltre, villa Barbaro, proprio come villa Madama, si presenta perfettamente
inserita nel paesaggio, con una compenetrazione spettacolare di dato architettonico
e dato naturale. Altro elemento in comune con villa Madama è l’articolazione
dei servizi, delle stalle e delle cantine, che il Palladio ricava sul retro
dei fabbricati di servizio, in parte scavati nel terreno come a villa Madama.
Un'altra fonte per villa Maser è costituita dalle terme di Traiano
e di Diocleziano [134]. Il complesso di villa Barbaro nel suo insieme ricorda
l’articolazione planimetrica delle terme imperiali. Palladio, del resto,
fece delle ricostruzioni delle terme imperiali stesse [135] e il confronto
tra le terme di Traiano e Diocleziano e la villa di Maser permette di focalizzare
quelli che sono gli elementi che accomunano questi edifici. In primo luogo,
la presenza di un blocco mediano aggettante sul prospetto anteriore, comune
a villa Barbaro e alle terme di Traiano. Ma non solo: l’aula a crociera
al centro e l’esedra sul retro sono presenti sia nelle terme di Traiano
che in quelle di Diocleziano.

fig.27 – La pianta dei Quattro Libri di villa Barbaro
a confronto con il rilievo planimetrico
delle terme di Diocleziano a Roma (Londra, R.I.B.A., X, 1r).
Un’altra
fonte, rilevata da Moneti [136], sono gli Horti Lucullani [137]. La corrispondenza
con la villa a Maser si verificherebbe nell’emiciclo del cortile segreto
[138]: infatti, “l’emiciclo tracciato nei Quattro Libri pare proprio,
più che pensato in funzione di quella villa, ricalcato da qualche rilievo
degli Horti Lucullani” [139]. Questo sarebbe supportato anche dall’insistenza
con cui il Palladio descrive l’impianto idrico della villa, quasi a
voler emulare Plutarco e Varrone nei loro elogi agli impianti idraulici proprio
degli Horti Lucullani. Altro dato a suffragio di questa tesi sarebbe fornito
dal Veronese, che negli affreschi interni alla villa, in una veduta nella
stanza della Lucerna, ha “raffigurato un mezzo emiciclo a due piani,
criptoportico sotto e colonnato sopra, posto su un colle” per “suggerire
all’osservatore un ideale trasferimento dell’edificio in quell’ambiente”
[140]. Questa tesi è sentita debole da Battilotti [141], che sostiene
che sia stata, invece, la necessità “di un collegamento visivo
e funzionale con il ninfeo a condizionare la planimetria della nuova villa,
portando ad inserire nella vecchia casa (…) il nodo costituito dalla
sala dell’Olimpo e da due laterali, consentendo così anche l’aggancio
alle barchesse”.
L’intento di Villa Barbaro è quello di restituire l’immagine
della villa antica da Plinio a Vitruvio. L’elemento del ninfeo svolge
un ruolo decisivo nell’organizzazione di questo progetto: non è
un elemento casuale, ma imprescindibile di questo piano che dai committenti
giunge fino al Palladio.
IL RAPPORTO CON IL CONTESTO NATURALE
Come
sottolinea Burns [142], villa Barbaro è l’unica villa palladiana,
assieme a villa Godi, ad essere stata costruita su un pendio. La posizione
della villa a Maser contrasta con quanto il Palladio teorizzò per la
villa rustica, in quanto è collocata non al centro delle possessioni,
bensì ai margini. Il complesso, inoltre, non sorge isolato sul terreno
circostante, ma è addossato ad un declivio, adagiato sulle ultime pendici
dei colli asolani, “o meglio incastrato nel pendio retrostante”
[143]. La posizione, unica nella produzione palladiana, riprende quella di
celebri monumenti dell’antichità, soprattutto villa Madama, e
ha subito le influenze delle suggestioni emerse dalle letture di Plinio il
Giovane.
Il dato più significativo della villa è il suo perfetto inserimento
col contesto del territorio, con la natura circostante. La collocazione è
frutto di una scelta ponderata e sottintende il desiderio di intervenire su
un sito, riqualificandone le preesistenze ma restando in sintonia con il dato
naturale. Che il Palladio, nei Quattro Libri, sottolinei come il
piano delle stanze superiori sia allineato con il piano del cortile posteriore,
indica come la struttura della villa a due piani non sia solamente una quinta
scenografica, ma un intervento che riqualifica e trasfigura il tessuto ambientale.
“La realtà volumetrica e i percorsi spaziali della fabbrica –
coordinati sull’asse consueto di penetrazione in profondità,
soltanto insolitamente allungato, e, insieme, rallentato e scandito dalla
pausa di dilatazione alla sua volta glorificante della crociera che esclude,
nella sostanza, dunque, il raccogliersi centripeto di altre esperienze –
non solo si compiono con una perfetta aderenza al contermine naturale, ma
condizionano, costituendone una sorta di ossatura dorsale, che può
prescindere dal controllo dell’espansione rettilinea dei portici, la
scansione calcolatissima dei «giardini» e del «bruolo …
grandissimo»” [144]. Ed è “l’intuizione straordinaria
del raccordo dei due piani al monte, maturata per l’appunto dalla meditazione
del sito, [che] fissa davvero il nodo dell’articolazione planimetrica,
altimetrica e stereometrica del tipo e le condizioni della sua verifica linguistica
(…), svelando una tensione all’attualità che rinnega ogni
presupposto di classismo normativo” [145].
LA FORTUNA
Villa
Barbaro costituisce una novità non solo all’interno dell’intera
produzione palladiana, ma anche nell’ambito dell’architettura
della villa veneta nel Cinquecento. Con i dovuti aggiustamenti, il modello
di questa villa si ritrova in ville successivamente costruite in siti che
presentano delle caratteristiche naturali analoghe, come villa Rinaldi Barbini
a Caselle d’Asolo, villa Barbarigo a Valsanbizio, villa Allegri Arvedi
a Grezzana (tutte e tre sono del Seicento). Ma anche le due ville progettate
dal Muttoni all’inizio del Settecento, villa Fracanzan Piovene a Orgiano
e villa Zileri dal Verme a Biron di Monteviale. In tutti questi esempi le
ville sono addossate a declivi, presentano un giardino anteriore articolato
a terrazze, mentre sono tutte conclusi a monte da scenografiche soluzioni
architettoniche poste ad un livello superiore rispetto al giardino frontale.
La struttura del teatro dell’acqua di villa Aldobrandini a Frascati
è anticipato proprio dal giardino segreto di villa Barbaro, da cui
riprende la disposizione lungo l’asse mediano del complesso.
PER UN’INTERPRETAZIONE META-ARCHITETTONICA – GLI STUDI COMPARATISTI
Tra
i vari studi dell’opera palladiana ve ne sono alcuni che la interpretano
secondo un approccio semiologico e psicologico. Tali studi arrivano al punto
di leggere in chiave ermetica, “con risvolti cosmici ed esistenziali”
[146], villa Barbaro. Non deve essere trascurato, secondo Barbieri [147],
il fatto che tracciando su una qualsiasi riproduzione cartografica della zona
compresa tra Castelfranco Veneto, Treviso e Montebelluna le posizioni di villa
Barbaro a Maser, villa Emo a Fanzolo e villa Cornaro a Piombino Dese, si ottiene
un asse rettilineo in direzione nord-sud, all’interno del quale villa
Barbaro e villa Cornaro sono le estremità e villa Emo “il punto
pressochè esatto del centro”. Inoltre, “il complesso di
Maser, orientato a sud-est, invita, sotto il declivio ed al di là della
strada antistante, verso il lontano prospetto posteriore di Fanzolo, la facciata
di Fanzolo, volta a sud, incontra, lungo una traiettoria ideale, direttamente
il prospetto settentrionale di Piombino Dese, reso importante dalle due logge
sovrapposte”. Poiché il Palladio vuole creare attraverso i suoi
interventi su strutture già esistenti una “rete di punti in una
sintassi aperta (…) ponendo in relazione frammenti nuovi con fulcri
già funzionanti”, appare difficile pensare che tutto ciò
sia dovuto ad una fortuita casualità. Il Palladio, infatti, è
esplicitamente interessato al riassetto delle campagne, del dato naturale,
razionalizzato attraverso l’intervento architettonico. Non si tratterebbe
più, quindi, di interpretare la villa palladiana come una struttura
architettonica che si sposa all’ambiente ad esso adeguandosi, ma di
leggerlo come un vero e proprio intervento umano che razionalizza lo spazio
naturale e il paesaggio. Questo è un atteggiamento tipicamente veneto
e anticlassico, assorbito nel profondo nella formazione palladiana, che riesce
ad essere vistosamente esplicito, ad esempio, in villa Rotonda (che per la
sua esatta collocazione progettuale razionalizza il paesaggio).
Un altro contributo meta-architettonico è fornito dal Corboz [148],
il quale, parlando di villa Badoer, sottolinea come, sul piano psicologico,
la villa in campagna non è soltanto rifugio dall’urbe o celebrazione
della potenza dei committenti, ma anche una componente più profonda
che porta ad interpretare la villa-fattoria, sede di otium ma anche di coltivazione,
come edificio in cui l’uomo vive tra cielo e terra.

fig.28 – Carta topografica indicante il sito di alcune
ville palladiane
(Maser, Fanzolo e Piobino Dese virtualmente collegate da una retta).
Palladio a Maser, G. Mazzariol, Lombroso Editore, Venezia, 1965
Veronese – La villa di Maser, T. Pignatti, Fratelli Fabbri – Albert Skira, 1968
Mostra del Palladio – Vicenza, Basilica Palladiana, catalogo della mostra a cura di R. Cevese, Electa Editrice, 1973
Disegni autografi del Palladio non pubblicati: le piante per Caldogno e Maser, D. Lewis, in Bollettino del C.I.S.A., XV, 1973
Palladio in villa, 1973, F. Barbieri, in Bollettino del C.I.S.A., XV, 1973
Per un’analisi pricologica della villa palladiana, A. Corboz, in Bollettino del C.I.S.A., XV, 1973
La distribuzione funzionale degli spazi esterni delle ville palladiane, M. Zocconi, in Bollettino del C.I.S.A., XV, 1973
Gli edifici palladiani nei disegni del magistrato veneto dei Beni Inculti, M. Kubelik, in Bollettino del C.I.S.A., XVI, 1974
I cortili degli edifici palladiani, M. Zocconi, in Bollettino del C.I.S.A., XVI, 1974
Andrea Palladio 1508-1580 – The portico and the farmyard, catalogo della mostra a cura di H. Burns, London, 1975
Principii prospettico-compositivi dell’architettura del Palladio, M. Fagiolo, in Bollettino del C.I.S.A., XX, 1978
L’articolazione verticale degli spazi nelle ville palladiane, A. Corboz, in Bollettino del C.I.S.A., XX, 1978
Suggerimenti per l’identificazione di alcuni progetti e schizzi palladiani, H. Burns, in Bollettino del C.I.S.A., XXI, 1979
Il significato della decorazione plastica e pittorica a Maser, D. Lewis, in Bollettino del C.I.S.A., XXII, 1980
Teoria e pratica del Palladio nelle concezioni spaziali della villa, P. Bieganski, in Bollettino del C.I.S.A., XXII, 1980
Per Paolo Veronese architetto: un documento inedito, una firma e uno strano silenzio di Palladio, L. Puppi, in Palladio, III, 1|4 - 1980
I quattro libri dell’architettura, a cura di L. Magagnato e P. Marini, Edizioni Il Polifilo, Milano, 1980
Palladio, F. Rigon, Bologna, 1980
Andrea Palladio, L. Puppi, Edizioni Electa, Milano, 1981
The drawnings of Andrea Palladio, D. Lewis, Washington, D.C., 1981-1982
Considerazioni sul programma iconografico di Maser, L. Larcher Crosato, in Mitteilungen des kunsthistorischen Istitutes in Florenz, XXVI, Firenze, 1982
Villa Barbaro a Maser: un difficile cantiere, D. Battilotti, in Storia dell’Arte, n.53, 1983
Ville e giardini, a cura di F. Borsi e G. Pampaloni, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1984
Villa Barbaro, Maser, M. Azzi Visentini, in Il giardino veneto dal tardo Medioevo al Novecento, a cura di M. Azzi Visentini, Electa, 1988
Guida a Palladio, C. Constant, trad.it, Berlino, 1989
Le ville di Palladio, D. Battilotti, Electa, Milano, 1990
Wit and Humor in the Work of Paolo Veronese, R. Cocke, in Artibus et Historiae, an art anthology, no.21, Vienna, 1990
The iconography of Veronese’s frescoes in the villa Barbaro at Maser, D. Lewis, in Nuovi studi su Paolo Veronese, a cura di M. Gemin, Arsenale Editrice, Venezia, 1990
La villa, forma e ideologia, J.S. Ackermann, Einaudi, Torino, 1992
Atlante del Rinascimento – Il disegno dell’architettura da Brunelleschi a Palladio, M. Furnari, Electa, Napoli, 1993
Forma e posizione della villa degli Horti Lucullani secondo i bassorilievi rinascimentali. La loro influenza sui progetti del Belvedere e delle ville Madama, Barbaro e Aldobrandini, A. Moneti, in Palladio, Rivista di storia dell’architettura e restauro, n.13 gennaio-giugno, 1994
Andrea Palladio, B. Boucher, Allemandi, Torino, 1994
Palladio e Pirro Ligorio, L. Puppi, in Napoli, l’Europa. Ricerche di storia dell’arte in onore di Ferdinando Bologna, a cura di F. Abbate, F. Scricchia Santoro, Catanzaro, 1995 (I)
Palladio e Pirro Ligorio, L. Puppi, in Bartolomeo Ammannati scultore e architetto, 1511-1592, a cura di N. Rosselli Del Turco, F. Salvi, Alinea Editrice, Firenze, 1995 (II)
La villa in Italia, Quattrocento e Cinquecento, M. Azzi Visentini, Milano, 1995
Veronese, T. Pignatti, F. Pedrocco, Electa, Milano, 1995
Daniele Barbaro e l’architettura: considerazioni sulla villa di Maser, M. Azzi Visentini, in Una famiglia veneziana nella storia: i Barbaro, Istituto Veneto di Scienze Letterarie e Arti, Venezia, 1996
La promessa della rinascita. Per l’indagine iconografica degli affreschi veronesiani a Maser, F.R. Pesenti, in Quaderni di Palazzo Te, n.3, 1996
Virtù e fortuna. Il mecenatismo e le committenze artistiche della famiglia Manin tra Friuli e Venezia fra XVII e XVIII, M. Frank, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, 1996
La decorazione “all’antica” nella Vicenza di Palladio, L. Attardi, Neri Pozza Editore, 1999
Learning from Palladio, B. Mitrovic, W.W. Norton & Company, New York – London, 2004
Andrea Palladio e la villa veneta da Petrarca a Carlo Scarpa, catalogo della mostra a cura di H. Burns e G. Beltramini, Venezia, Marsilio, 2005
Andrea Palladio, L. Puppi, D. Battilotti, Milano, Electaarchitettura paperback, 2006