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ALMANACCO INDIPENDENTE

AUGUSTO CERNIGOJ E LA FANTONI: LA PRIMA MOSTRA DELL'ARTIGIANATO FRIULANO (GEMONA DEL FRIULI, 15 AGOSTO - 15 SETTEMBRE 1935)
Emanuela Pezzetta

PREMESSA
Il seguente
lavoro vuole, a seguito di una dovuta introduzione storica sull’attività
della Fantoni e del gemonese dalla fine degli anni Venti al 1935, valorizzare
il progetto che Augusto Cernigoj realizzò per la ditta, materiale per
lo più inedito, parzialmente esposto nel 1999 al Museo Revoltella di
Trieste in occasione della personale dedicata all’artista. Tale materiale,
conservato negli Archivi Fantoni, è costituito da 20 disegni dei mobili
per salotto (due poltrone, un tavolo, un mobile e il tavolino da tè
Gramofono) e per camera da letto (letto, comodini, armadio, poltroncina,
toeletta).
Le numerose pubblicazioni occupatesi, sinora, della materia presentano incertezze
e lacune a cui si tenterà qui di sopperire, sebbene vada sottolineata
la difficoltà di reperimento del materiale documentario relativo alle
decorazioni navali. A seguito di questo studio è stato possibile individuare
i due bronzetti esposti nello stand della Fantoni nell’esposizione gemonese
del 1935: uno di Dino Basaldella, Ritratto del pittore Sandro Filipponi
(1930), l'altro di Marcello Mascherini, Donna al sole (1933).
1 _ PRIMA DEL 1935
1.1 _ L’attività della ditta Fantoni: una crescita continua da bottega artigiana a Mobilificio Giovanni Fantoni (1935)
Nel ricostruire
le prime vicende della Fantoni ci si deve soffermare su un’insegna che
a Gemona negli ultimi decenni del XIX secolo divenne sinonimo di qualità
ed arte: l’insegna che Achille Fantoni appose al di fuori della sua
bottega artigiana. Tale “ben istoriata insegna, dal timpano manieristico
spezzato, con tutte le modanature in regola” [1], dal 1882 fino al 1903
portò la scritta Achille Fantoni – Falegname – Ebanista,
Gemona. L'evoluzione della bottega artigiana a fidata meta di importanti
e facoltosi committenti venne testimoniata dalla nuova insegna del 1903, con
suscritto Premiato
Laboratorio Artistico Mobili in Legno Achille Fantoni e Figlio [2]: Achille
Fantoni aveva aggiunto come cotitolare della sua ditta il figlio Giovanni
(1884-1948). Questi furono i primi passi [3] di un’azienda che, nei
decenni successivi e soprattutto dal primo dopoguerra, divenne un punto di
riferimento per la produzione del mobile sia a livello regionale e nazionale,
sia internazionale.
La fortuna del laboratorio Fantoni si consolidò negli anni Venti, momento
in cui si verificò unl’evoluzione del gusto che dall’Art
Nouveau condusse al sorgere di quella tendenza che nel 1968 Bevis Hillier
definì Art Déco [4]. L’Art Déco
instaurò un rapporto di continuità, superamento ed opposizione
con l’Art Nouveau: come essa, infatti, sosteneva la ricerca
della modernità, la produzione industriale dell’oggetto artistico,
l’uso di nuovi materiali, la realizzazione di forme moderne, l’abolizione
della distinzione gerarchica tra le arti e un’apertura alle arti applicate
e decorative. Il superamento dell’Art Nouveau si verificò
attraverso la sostituzione della linea serpentina e asimmetrica con la linea
retta, attraverso la fede nel mito futurista della macchina (e non in quello
della natura), nonchè attraverso la centralità della simmetria,
del progresso, della diffusione degli oggetti più ampia e popolare
possibile. In Italia il Déco si manifestò, diversamente
da quanto accadde in altri paesi, totalmente permeato di classicismo, per
cui alla semplificazione richiesta dall’esigenza di modernità
si coniugò la semplicità degli ordini e delle proporzioni classiche.
Non mancò la componente popolare: “l’arte popolare, regionale,
aveva da tempo risvegliato l’interesse di numerosi intellettuali per
il ricco repertorio di forme decorative e plastiche. Già nel liberty
questi aspetti avevano interessato la tensione innovativa volta a forme originali
ed essenziali, e soprattutto in ambito secessionista aveva trovato un’esplicazione
fortemente creativa” [5]. Negli anni Trenta in Italia diventarono più
forti i caratteri di fermezza neoclassica spogli di decorazioni, aumentarono
le geometrizzazioni e le forme meccaniche: il futurismo venne assunto come
matrice prima e le sperimentazioni incrementarono. Per parte della critica,
soprattutto italiana, i due momenti non solo apparvero distinti, ma vennero
anche nominati in maniera differente (mentre nel resto d’Europa la continuità
dei due decenni venne posta sotto l’unica denominazione di Art Déco):generalmente
Art Déco venne assunto per indicare il periodo degli anni
Venti, mentre Stile Novecento quello degli anni Trenta [6].
Questa premessa permette di mettere nella giusta prospettiva l’attività
di Giovanni Fantoni negli anni Venti il quale, seguendo l’evoluzione
del gusto, improntò il Mobilificio d’Arte Fratelli Fantoni
alla realizzazione di lussuosi arredi neorinascimentali affiancandoli alla
produzione di mobili folkloristici, volti al recupero dello stile regionale,
esposti in fiere nazionali, premiati e recensiti nelle maggiori riviste dell’epoca
[7]. La direzione artistica dell’azienda venne data a Giuseppe Barazzutti
(1890-1940) [8], autore di numerosi disegni di mobili che passarono poi in
produzione [9] nonché figura centrale nel recupero del mobile rustico
friulano (disegnò sia mobili moderni ispirandosi ai principi dell’Art
Déco sia mobili in stile storico ispirandosi ai periodi rinascimentale
e settecentesco).
Mentre la Fantoni iniziava ad affermarsi attraverso questa duplice produzione,
il clima che aveva favorevolmente accolto e premiato il mobile rustico (primo
fra tutti, l’ambiente della Biennale di Monza diretta da Guido
Marangoni) iniziò a mutare. Alla Biennale di Monza del 1927,
mentre i nuovi criteri razionalisti andavano diffondendosi, le sale allestite
dalla Fantoni [10] con i mobili in stile rustico disegnati da Barazzutti suscitarono
numerose critiche per la loro arretratezza stilistica. Ottorino Aloisio su
La Panarie [11] mise in discussione non la professionalità
degli artigiani friulani, abilissimi nella realizzazione di mobili di alto
valore, quanto la loro incapacità a comprendere la rassegna di Monza.
Per Aloisio era necessario superare i limiti dell’attaccamento alla
tradizione, al folklore, per dirigersi verso una produzione innovativa che
non fosse, però, finalizzata solo all’esposizione monzese, ma
che investisse la produzione del mobile nella sua interezza. Era necessario
partire da Monza, ascoltare gli influssi innovativi e recepire i nuovi linguaggi
per farli poi penetrare all’interno della propria produzione. Monza
doveva essere solo la vetrina di una coerente e continua produzione moderna,
al passo coi tempi e con l’evolversi del pensiero e della ricerca sui
materiali. “Bisogna elevare intelligentemente il tono del nostro lavoro,
non per l’occasione Monza in sé, ma per noi” [12].
Da questo clima nacque la collaborazione di Giovanni Fantoni [13] con gli
architetti razionalisti friulani Cesare Scoccimarro (1897-1953) [14], Ermes
Midena (1895-1972) e Pietro Zanini [15] (1895-1990) [16]. Il loro orientamento,
che presupponeva la conoscenza dell’attività di Le Corbusier,
Walter Gropius, Mies van der Rohe, era diretto non tanto verso la scuola milanese
quanto verso gli architetti torinesi e il gruppo BBPR (Banfi, Belgioioso,
Peressutti, Rogers) [17]. Dal 1927 [18] Scoccimarro, dopo le aspre critiche
all’esposizione monzese del 1927, prese il posto di Barazzutti nella
direzione artistica della Fantoni, curando la produzione di mobili corredati
da tappeti geometrici da lui stesso disegnati e dalle lampade Magro &
Mencacci disegnate da Midena. La Fantoni con Scoccimarro alla direzione
artistica si aprì allo sposalizio tra “reminiscenze del moderno
germanico” [19] e forme vicine al gusto che Pulitzer Finali proponeva
con successo internazionale nelle navi.
Il 1930 fu un anno cruciale. La mostra di Monza assunse l’etichetta
di Esposizione Triennale Internazionale delle Arti Decorative ed Industriali
Moderne [20] e il suo direttorio, capeggiato da Guido Marangoni, vide
come commissario straordinario Giuseppe Bevione, come primo segretario Carlo
Alberto Felice e, nell’organizzazione del direttorio, Alberto Alpago-Novello,
Giò Ponti e Mario Sironi [21]. La manifestazione assunse un processo
di ammodernamento per cui centrale era la condanna dell’artigianato
folkloristico, sottolineato anche dall’imponenza della parola industriale
nel titolo della manifestazione stessa, che, come ha scritto Pansera, “aveva
autorizzato (...) il direttorio a decretare la fine della suddivisione regionale,
favorendo una produzione «moderna», «originale» e
«tecnicamente perfetta», ambientata e distribuita «con pratica
e concorde eleganza in stanze e sale adatte»” [22]. La Triennale
era considerata, per citare Enrico Paulucci in La Casa Bella, “il
termometro della nostra Società, del nostro genio, della nostra potenza”
[23]. Altro dato significativo, che influenzò non di poco le esposizioni
gemonesi del 1931 e del 1935: per quanto non si parlasse ancora di produzione
standardizzata, “nel programma della mostra si cominciava a insistere
su una produzione «a tipo fisso», ma sempre nell’ottica
del lavoro artigianale, perché «a nulla giova un bel modello
che non venga correntemente ed egregiamente riprodotto»” [24].
La casa dell’italianità, del prestigio e del decoro borghesi,
sposata alla funzionalità e alla tecnologia (basti pensare alla Casa
elettrica del Gruppo 7), fu il fulcro di quella edizione.
L’attività della Fantoni, che nel frattempo si era improntata
al razionalismo, incontrò un notevole successo alla Triennale di
Monza del 1930, presentando nella galleria dell’arredamento la
Biblioteca privata [25] di Scoccimarro, composta da una scrivania
da quattro gambe con zoccoli di ottone, due poltrone e un tavolino da caffè,
due librerie, il tutto immerso in forme rigorosamente funzionali di gusto
déco, realizzato in preziosa radica di noce e definito nelle forme
da sostegni realizzati con fasce metalliche [26].

La Biblioteca privata di Scoccimarro
(Archivio Fantoni).
Carlo Alberto Felice, nel sottolineare come all’esposizione di Monza nella galleria dell’arredamento convivessero istanze razionaliste in alternanza con quelle novecentiste con tanti punti in contatto tra loro, tra i vari esempi citò anche la “polita biblioteca disegnata da Cesare Scoccimarro” [27]. Gli elogi non tardarono ad arrivare anche su La Casa Bella, con Edoardo Persico che, nella didascalia delle foto della Biblioteca privata, ne tesse l’elogio poiché “praticità ed eleganza contraddistinguono questo ambiente di intelligente modernità” [28]. E in regione il successo fu altrettanto celebrato, visto che Carlo Someda de Marco su La Panarie [29] ne parlò in termini entusiastici, ponendo l’accento soprattutto sul fatto che non erano sopravvissute tracce di tradizionalismo. Non tardò ad arrivare l’enfasi celebrativa per il premio Rotary successivamente ottenuto [30].

Il diploma per la Biblioteca privata di Scoccimarro
(Archivio Fantoni).


I telegrammi scritti da Giò Ponti a Giovanni Fantoni per annunciargli l’arrivo di una “buona notizia” (sopra); il premio Rotary per la Biblioteca privata di Scoccimarro (di seguito) (Archivio Fantoni).
L’attenzione
di Giovanni Fantoni per il rinnovamento in chiave moderna della produzione
mobiliera friulana si manifestò anche all’interno dell’Esposizione
Artistica Agricola Industriale di Gemona del 1931 e continuò fino
alle forme astratte della Casa dell’aviatore [31] proposta
da Scoccimarro, Midena e Zanini alla V Triennale del 1933. L’Esposizione
triennale delle arti decorative e industriali moderne e dell’architettura
moderna del 1933 venne trasferita da Monza a Milano, dove trovò
allestimento nel Palazzo dell’Arte di Muzio, costruito tra il 1931 e
il 1933. Nel consiglio d’amministrazione si trovavano Giulio Barella
(presidente), Aldo Carpi, Alberto Jannitti Piromallo, Marcello Piacentini
e Arturo Tosi. Il direttorio era sempre costituito da un triumvirato, ma questa
volta assieme a Giò Ponti e Mario Sironi comparve Carlo Alberto Felice
(che, oltre a ricoprire la carica di primo segretario, sostituì in
via straordinaria Alberto Alpago-Novello). Il fascismo considerava le triennali
come “«uniche» nel loro genere, in un momento in cui gli
scambi, i contatti, le possibilità di conoscenza reciproca non erano
affidati alla rapidità e alla simultaneità degli odierni mass-media,
(...) furono sottratte d’ufficio a un contesto territoriale artigianale,
e immerse nella «città che sale», per impegnarle in una
battaglia che, da due ottiche diverse, si sarebbe accentrata sui temi stile-civiltà,
didattica-progettazione, architettura-arte-fascismo” [32]. La V
Triennale fu sia una celebrazione dello stile che interpreta esteticamente
una civiltà sia una difesa dell’architettura, dell’abitazione
moderna, del rinnovamento artistico e soprattutto della pittura murale.
La Casa dell’aviatore di Scoccimarro, Midena e Zanini comprendeva
palestra, terrazzo, giardino, garage per un velivolo ad ali ripiegate e un’automobile,
una galleria adibita alle consultazioni per le rotte e il campo di volo. Costruita
con materiali innovativi e arredata con gusto moderno, presentava la sala
da pranzo in radica di noce d’India con sedie di tubo metallico, un
mobile libreria e la scrivania per lo studio realizzati dalla Fantoni [33].
Da questo periodo Giovanni Fantoni iniziò ad impiegare i materiali
autarchici quali il buxus, la radica artificiale e il rodoit, utilizzati dalla
ditta anche in esposizioni come la Fiera di Padova del 1932. Il buxus,
pubblicizzato a partire dal 1928 dalla Società Giacomo Bosso,
ebbe largo impiego nel settore dell’arredo durante il ventennio fascista.
Era una sorta di cellulosa ossificata dalle venature marmoree, realizzata
in fogli rettangolari di colore e spessore diverso, semirigido per impiallacciature,
sottile per rivestimenti, molle per valigeria. Poteva essere usato allo stato
naturale, lucidato o verniciato. Oltre al buxus ebbero grande successo altri
prodotti interamente italiani come il linoleum, la masonite, le leghe leggere
dell’alluminio come l’anticorodal e il cromoalluminio, prodotti
vetrari come il termolux e il vetroflex.
Alla crescita della Fantoni seguì in maniera proporzionale l’affermarsi
della sua fama. Al rigore formale dell’arredo della Casa dell’aviatore
del 1933 si ispirò Zanini nel 1934 per l’arredo della Casa
dello studente [34], presentato alla Fiera di Padova e alla
Fiera artigiana di Firenze nello stesso anno. Zanini realizzò
un arredo volto ad economizzare lo spazio attraverso mobili trasformabili,
come l’armadio capace di diventare, per mezzo di una ribaltina, anche
scrivania. Giovanni Fantoni si occupò della decorazione, contrapponendo
alla radica artificiale il legno di rosa.
Questi gli eventi che portarono l'azienda di Giovanni Fantoni a diventare,
nel 1935, il Mobilificio Giovanni Fantoni. La magnificazione del
fascismo e la creazione del consenso attraverso l’architettura proseguivano
con sempre maggiore vigore e coinvolsero anche la ditta Fantoni, che si occupò
degli arredi di quasi tutte le Case Balilla realizzate da Midena [35]. Il
razionalismo si era radicato anche in Friuli-Venezia Giulia, come testimoniò
la Prima Esposizione Artigiana di Gemona del 1935.
1.2 _ Augusto Cernigoj: formazione e storia
La produzione
artistica di Augusto Cernigoj [36] è stata debolmente approfondita
dagli studi storici italiani [37]. Nel breve periodo durante il quale nel
1924 fu allievo della Bauhaus a Weimar (le ristrettezze economiche lo costrinsero
a rientrare presto a Ljubljana) rinvigorì le sue spinte avanguardiste
grazie ai corsi di Walter Gropius, Lyonel Feininger, Oskar Schlemmer, Paul
Klee ed El Lisitskij. Rientrato a Ljubljana, la sua attività fu interamente
dedicata alla diffusione delle teorie costruttiviste e di quanto appreso a
Weimar. Nel 1924 allestì nella scuola privata di pittura Probuda
una mostra personale, aspramente recensita dalla critica. L'anno successivo
organizzò una mostra costruttivista al Padiglione Jokopic,
anch'essa stroncata dai critici lubianesi. Sospettato di attività sovversiva,
fu costretto a lasciare Ljubljana e a trasferirsi a Trieste, dove già
dal settembre del 1925 fondò con Giorgio Carmelich ed Emilio Maio Dolfi
la Scuola di Attività Moderna (di impostazione bauhausiana)
e diede vita al Gruppo Costruttivista Triestino, per il quale firmò
il Manifesto Costruttivista. Proseguì la sua intensa attività
grafica, che lo vide costantemente impegnato in collaborazioni con diverse
riviste [38], e lavorò come scenografo per la sezione drammatica della
Citalnica [39].
La collaborazione con Ferdo Delak, iniziata a Ljubljana [40], diventò
sempre più intensa, tanto che i due cercarono di portare l’avanguardia
locale a livello europeo. Ma fu sempre in territorio triestino che Cernigoj
operò cercando di attuare delle vere e proprie rotture con la tradizione
artistica locale. Alla I Esposizione del Sindacato Fascista di Belle Arti
di Trieste allestì la Sala Costruttivista, interamente dedicata
al suo gruppo. All’interno del catalogo della mostra pubblicò
il manifesto del Gruppo Costruttivista Triestino, il primo manifesto
scritto in italiano tra quelli fino a quel momento pubblicati. La sua missione
di radicamento del costruttivismo in territorio giuliano continuò attraverso
la rivista Tank, fondata con Delak [41].
Alla fine del 1927 iniziò la collaborazione con lo studio Stuard
di Pulitzer Finali, inizialmente come grafico, successivamente come decoratore
per gli interni navali. Fu proprio grazie a Pulitzer Finali che Cernigoj venne
conosciuto a livello nazionale e che probabilmente entrò in contatto
con Giovanni Fantoni.
Tra gli incarichi decorativi che Cernigoj realizzò nelle navi di Pulitzer
Finali, tutti collocati negli ambienti più prestigiosi, si ricordano
quelli nella M/n [42] Saturnia (1925- 1927) [43], nella M/n Vulcania
(1926-1928) [44], nel piroscafo Gange [45], dei transatlantici Conte
Grande (1926-1928) e Conte Rosso (1928-1929), nella M/n Victoria
(1930-1931), nel T/n Conte di Savoia (1931-1932), nella M/n Neptunia
(1932) [46], nella M/n Oceania (1933) e nella M/n Calitea
[47](1933).
Gli interventi più significativi rigurardano la Victoria e
il Conte di Savoia. Cernigoj realizzò per il salone di prima
classe della M/t Victoria le decorazioni “con scene venatorie
e piscatorie di vago sapore egizio, con figure di profilo a rilievo (...):
questi motivi decorativi sottolineano la rotta cui la nave è destinata,
recuperando, tramite allegorie, colori (il fondo oro e l’ebano lucido)
e «sapori» egizi e mediterranei” [48]. Sempre per la Victoria,
realizzò un intarsio ligneo policromo, Il Mediterraneo [49],
collocato nella galleria di I classe, e delle pitture parietali su diverse
sfumature di bruno su fondo oro patinato nella hall di II classe. Per il T/n
Conte di Savoia realizzò gli intarsi con figure di carte da
gioco della porta d’ingresso della sala da gioco della I classe e dei
pannelli decorativi alle pareti “simili a quadri con delle nature morte
di sapore quasi metafisico” [50]. Progettò inoltre una decorazione
a motivi marini per il bar di II classe. Il Mediterraneo e le porte
della saletta da gioco vennero inseriti nel numero di Domus dell’aprile
1936 dedicato alle risorse dell’intarsio, accanto agli intarsi dell’arch.
Buzzi, del pittore Ewald Oshlskog e di Giovanni Gariboldi [51].
Per la Oceania Cernigoj incise su pannelli di cristallo securit dei
motivi decorativi per la Saletta da pranzo «sperimentale»,
fortemente razionalista, esposta alla Triennale di Milano del 1933,
che ottenne vivo interesse sia per l’uso dei materiali autarchici sia
per la modernità delle scelte architettoniche, abbinate ad arredi di
chiaro riferimento all’ideologia del Bauhaus.


Sopra: l'intarsio ligneo policromo Il Mediterraneo realizzato da Cernigoj per la M/t Victoria; sotto: i pannelli di cristallo securit incisi da Cernigoj (nella Saletta da pranzo 'sperimentale' della M/n Oceania).
Grazie a questi lavori Cernigoj entrò in stretto contatto con Giò
Ponti. La loro simbiosi stilistica si manifestò nell’allestimento
della Victoria. Basti pensare alla perfetta sintonia tra le decorazioni
di Cernigoj e le ceramiche smaltate di produzione Richard Ginori su disegno
di Giò Ponti nella nicchia al centro del buffet nel salone da pranzo
di I classe, o, nella hall di II classe, tra le brune decorazioni murali a
palme di Cernigoj con i rivestimenti in ceramiche Richard Ginori bianche e
rosse su disegni di Giò Ponti nell’adiacente bar.

M/n Victoria: vista dalla hall di II classe decorata
a palme da Cernigoj verso il bar II classe,
con i rivestimenti in ceramiche Richard Ginori su disegni di Giò Ponti.
Il 1930 fu un anno di svolta per Cernigoj: abbandonò la figurazione avanguardista e si dedicò ad una produzione più tradizionale, impegnandosi nel campo della decorazione e della grafica in termini neorealisti. Proprio questo tipo di produzione venne presentata alla IV Triennale di Monza per la Sala della Civiltà Meccanica (sala n.66). La Casa Bella nel marzo 1930 [52] anticipò quanto Cernigoj avrebbe esposo a Monza, pubblicando le fotografie dei bozzetti e corredandole con le seguenti diciture: “ecco il bozzetto della decorazione murale che Augusto Cernigoj eseguirà nella « Galleria del decoratore» alla prossima triennale di Monza. Navigazione: tra Strapaese e Stracittà, tra il gusto dell’800 e le diavolerie meccaniche del ‘900, tra Berlino e la Tour Eiffel: e se Picasso è al timone Grosz e Survage sono della ciurma. Sul gusto di queste decorazioni ritorneremo quando le avremo vedute con il commento, essenziale, del colore, e con quella maggiore vitalità che l’impegno di una vasta parete si vorrebbe suggerisse alla composizione ed al segno”. Inoltre: “Il lungo affresco qui riprodotto, disteso su di un’ampia parete, forma un trittico del quale il cliché più in alto riproduce la parte centrale, quello in mezzo la parte di sinistra, il più basso quello di destra; i filettoni neri indicano i punti di sutura delle parti del trittico”.



I bozzetti delle decorazioni musive riprodotte nella pagina dedicata a Cernigoj da La Casa Bella (marzo 1930).
Successivamente, Pietro Torriano parlò sul numero di ottobre 1930 de La Casa Bella in termini non entusiastici delle decorazioni di Cernigoj. Lamentando una generale stanchezza nelle forme delle opere d’arte presenti alla IV Triennale, definì le decorazioni di Cernigoj “vivaci e spiritose; ma non so chi vorrebbe vedersele in casa” [53].

La foto delle decorazioni murali di Cernigoj alla
IV Triennale, pubblicata a p.54 del numero di ottobre de La Casa Bella.
Parallelamente
a queste produzioni, Cernigoj continuò la sua opera pittorica ed espose
nelle più importanti manifestazioni artistiche locali del periodo.
Tra di esse, la III Esposizione del Sindacato di Belle Arti di Trieste
(1929), la Mostra autunnale d’Arte della Permanente (1931),
la VII Mostra Interprovinciale Giuliana (1933), la I Mostra del
Mare di Trieste (1934) e il Concorso Nazionale per il cartellone
del Giugno Triestino (1935), per cui ottenne, come ricorda Umbro Apollonio
su Emporium [54], il terzo premio.
1.4 _ L’Esposizione Artistica Agricola Industriale del 1931 a Gemona
Prima di volgere
l’attenzione alla mostra gemonese del 1935 è necessario parlare
dell’esposizione che la precedette, quella del 1931. L’ideatore
e il coordinatore delle mostre che si tennero a Gemona tra il 1930 e il 1935,
tutte volte a sottolineare l’importanza dell’artigianato e dell’attività
industriale gemonesi, fu Giuseppe Barazzutti. Venne dato ampio spazio agli
artigiani, agli industriali e alle attività agricole [55]. L’esposizione,
come pure quella del 1935, presentò un impianto affine alla Triennale
di Monza del 1930. Esempio lampante: la sezione dedicata all’arte
sacra, allestita anche nella manifestazione monzese.
Molti degli espositori alle mostre del 1931 e del 1935 provenivano dalla Carnia.
Questo dato fece sì che le rassegne gemonesi diventassero un importante
momento per l’area del medio e alto Friuli. Sin dall’inizio i
mobili prodotti nel gemonese si distinsero come mobili d’arte [56] rispetto
a quelli carnici, d’uso comune e con prezzi a buon mercato.
L’Esposizione Artistica Agricola Industriale del 1931 fu suddivisa
in quattro settori a rappresentanza delle attività principali del gemonese:
il gruppo dell’artigianato e del settore artistico [57], il settore
dell’industria, quello dell’agricoltura [58] e la sezione dedicata
all’attività della Scuola d’Arti e Mestieri [59].
Tra le sale a tema, vanno ricordate quella dedicata all’arte sacra [60],
quella che ospitava la piccola personale di oggetti in stile moderno di Diego
[61] e Alfredo [62] Carnelutti e quella dedicata alla lavorazione degli stucchi
[63]. Da sottolineare la sezione di merletti e ricami e, tra i mosaicisti,
la presenza di Gino Avon [64].
Il direttore Barazzutti fu anche autore del disegno del manifesto dell’esposizione,
ispirato alle istanze del secondo Futurismo. Barazzutti, nel tentativo di
modernizzare la produzione del gemonese alle nuove istanze produttive e ai
nuovi materiali strettamente connessi alla ricerca di forme semplici e funzionali,
stabilì i principi ispiratori dell’esposizione:
- interpretazione moderna delle necessità di vita;
- originalità d’invenzione e ricerca di forme nuove adatte alla
vita moderna, atte a reinterpretare il mobile locale;
- perfezione tecnica;
- efficienza e continuità produttiva (i mobili dovevano essere progettati
in relazione ad una produzione in serie e non artigianale).

Il manifesto di Barazzutti.
La collaborazione
tra artisti e artigiani venne promossa, all’interno dell’esposizione,
dal E.N.A.P.I . [65], che affidava ai suoi collaboratori la progettazione
di oggetti moderni riproducibili in serie ma li faceva eseguire da artigiani,
allo scopo di favorire il passaggio dalla bottega alla piccola industria.
Indiscutibilmente la sezione più importante dell’esposizione
fu quella dedicata al mobilio, in cui prevalse nettamente la ditta di Giovanni
Fantoni. Quest'ultima presentò una sala da pranzo e una camera da letto
in legno di noce del caucaso a strisce alternate chiare e scure, dalle “forme
novecentiste caratterizzate da volumi massicci, profili continui e ricurvi,
sostegni bassi e spesso in posizione centrale ” [66], progettate da
Scoccimarro. La sala da pranzo comprendeva un tavolo, sei sedie, un mobile
e un contromobile. Il tavolo, le sedie, il mobile buffet, la toilette con
specchio presentavano elementi decorativi a sezione curva con un raffinato
gioco della tessitura delle radiche [67]. Oltre alla sala da pranzo e alla
camera da letto, Giovanni Fantoni espose un inginocchiatoio [68] disegnato
da Gino Peressutti [69], ispirato ad altari e sportelli apribili della tradizione
dell’intaglio carnico, e un mobile espositore per il cotonificio Morganti.
Per l’occasione Giovanni Fantoni espose il diploma d’onore per
la Biblioteca privata premiata alla IV Triennale di Monza
e quello del premio assegnatogli dal Rotary italiano.
Il gusto novecentista che Fantoni aveva importato in Friuli iniziò
a imporsi con decisione tra tutti i mobilieri gemonesi a seguito dell’esposizione
gemonese del 1931. Alcuni avevano già iniziato ad ammodernare lo stile,
come Antonio Toffoletti [70], che alla mostra gemonese presentò un
mobile suggestionato dalla Biblioteca privata di Scoccimarro.
2 _ IL 1935: LA COLLABORAZIONE TRA CERNIGOJ E LA FANTONI, L’ESPOSIZIONE
GEMONESE DEL 1935
2.1 _ Il contatto Fantoni – Cernigoj: delle ipotesi
Non è chiaro in che modo Cernigoj entrò in contatto con Giovanni Fantoni. Attraverso lo studio dei documenti conservati presso l'Archivio Fantoni non è possibile stabilire se fu Cernigoj a contattare Giovanni Fantoni o viceversa. L'ipotesi più probabile è che Giovanni Fantoni abbia chiamato a collaborazione l'artista, soprattutto se si considera l’inclinazione del mobiliere gemonese ad avvalersi di artisti di indiscussa capacità. La ditta, infatti, si era già affermata come mobilificio d’arte e Giovanni Fantoni era visto come un imprenditore lungimirante, sperimentatore di nuovi materiali e sostenitore delle nuove teorie stilistiche. È probabile che il primo contatto diretto tra Giovanni Fantoni e Cernigoj avvenne nel 1930 alla IV Triennale di Monza. La galleria dei decoratori, scandita da otto sale (dalla 65 alla 72) le cui pareti erano state dipinte da altrettanti artisti [71], tra cui anche Cernigoj (sala 66), si trovava al secondo piano di Villa Reale. Anche la galleria dell’arredamento (dalla sala 143 alla 166), nella quale esponeva il Mobilificio Giovanni Fantoni, si trovava al secondo piano. Le due zone, leggendo la pianta, non erano attigue, ma la galleria dei decoratori iniziava alla fine dell’atrio su cui si concludono le scale che conducevano al piano superiore.

La pianta del secondo piano di Villa Reale a Monza. In violetto,
la galleria dell’arredamento,
in arancione quella dei decoratori. La stanza in rosso è quella di
Cernigoj.
Per varie ragioni
si suppone in questa sede che Giovanni Fantoni abbia notato Cernigoj alla
IV Triennale monzese. L'attività di Cernigoj aveva iniziato ad essere
conosciuta a livello nazionale proprio in quel periodo grazie alla sua collaborazione
con Pulitzer Finali [72]. Inoltre, solamente a partire dall'incarico di progettare
e dirigere l’esecuzione della gran parte degli allestimenti interni
della motonave Victoria e del Conte di Savoia, Pulitzer
Finali iniziò
quell’ascesa che lo condusse alla notorietà internazionale nel
settore dell'arredamento navale [73]. Come sottolineato da Riccesi: “(...)
Pulitzer incise profondamente sul gusto di un’epoca: la decorazione
come orpello posticcio ed illusorio venne abbandonata a favore di una architettura
«moderna» e contemporaneamente decorata, in cui l’antica
frattura struttura-decorazione veniva ricomposta attraverso delle proposte
in cui esisteva dialogo tra quest’ultime, ed indirettamente tra l’ingegnere
– il costruttore -, e l’architetto – il decoratore”
[74]. Gli articoli comparsi su Domus e La Casa Bella contribuirono
ad affermarne la posizione [75] e l'esposizione della Saletta da pranzo
«sperimentale» alla V Triennale di Milano (1933)
spinse Pagano [76] ad auspicare l’allestimento di una mostra interamente
dedicata all’estetica delle nuove linee aerodinamiche nei piroscafi,
nei velivoli e nelle automobili.
2.2 _ Prima Mostra dell’Artigianato Friulano, Gemona 1935

L’organizzatore
della Prima Mostra dell’Artigianato Friulano che si tenne a
Gemona nel 1935 fu Barazzutti, che realizzò la mostra con scarsità
di fondi. Basti riportare le considerazioni di Arduino Berlam sul rivestimento
scenografico dell’edificio, per l'ottenimento del quale si fece ricorso
“alle mascherature. Però i mezzi erano modesti: bisognava spenderli
soltanto nelle opere intrinseche, ragione per cui si dovette ricorrere ad
ossature di legno rivestite di carta. Il materiale non contribuiva a conferire
certamente signorilità agli ambienti, ma d’altro canto come poteva
rimediarvi il Comitato che disponeva di mezzi limitatissimi?” [77].
A differenza dell’esposizione del 1931, nella Prima Mostra dell’Artigianato
Friulano la propaganda di regime rivestì un ruolo centrale. La
tendenza ad identificare ogni manifestazione pubblica come occasione di lode
per la civiltà italica e di glorificazione del fascismo, che si era
preponderatamente manifestata a Monza nel 1930, trovò sede anche a
Gemona. La retorica del littorio, la celebrazione del governo e del Duce,
l’artigianato come frutto ed espressione dell’instancabile indole
del popolo friulano, avvezzo al lavoro e alla dedizione alla patria senza
lamentare fatica, erano tutti elementi che rientravano nella politica fascista
della creazione del consenso. Mussolini stesso conferì centralità
all’artigianato: “dichiaro che l’artigianato sarà
aiutato: esso, specie in Italia, è insostituibile” [78]. Quindi:
artigianato come espressione dell’italianità, come frutto dell’italiano
popolo. Infatti, come riporta “Faleschini sulle colonne de Il Popolo
del Friuli, quotidiano del partito fascista, l’artigianato artistico
era la vera arte popolare, comprensibile alle masse nella sua fusione di lavoro
manuale e progettuale. Tuttavia secondo il critico Arturo Manzano la sede
scelta era troppo vasta e quindi per riempire gli spazi non si poté
operare una rigorosa selezione, che avrebbe innalzato la qualità della
mostra” [79]. Centrali, in questa esposizione, furono artigianato e
industria, tra cui spiccò l’industria del vetro rappresentata
dalla Società Giuseppe Maffioli [80] e dalla ditta Eugenio
Maffioli [81].
L’intera manifestazione venne sistemata in un edificio di retorica fascista,
dominato da un’estetica classicheggiante in cui trovò spazio
l’allestimento di un Sacrario ai Caduti Fascisti e di una Sala
delle Milizie [82], e una spettacolare illuminazione notturna rinforzava
la propaganda di regime [83]. Faleschini così commentò: “bello
lo spettacolo che in queste notti si godeva dal piazzale della Mostra dell’artigiano:
sul monte Glemina, sopra, immediatamente, Gemona e sul forte di Osoppo, potentemente
illuminate apparivano le scritte Rex e Dux. La facciata della mostra, poi,
illuminata come ognun sa, risultava meglio anche, per così dire, idealmente”
[84].


L'edificio sede della mostra (vedute notturne).
Nella Prima
Mostra dell’Artigianato Friulano il rapporto tra progettista ed
esecutore, lasciato interamente all’artigiano dell’esposizione
del 1931, rimase spesso distinta: Barazzutti, Enrico Miani e Diego Carnelutti,
ad esempio, fornirono i propri progetti agli artigiani. Così come avvenne
alla Triennale di Monza nel 1933, le principali ditte affidarono
i propri progetti ad architetti o artisti di fiducia [85].
Piccolo lo spazio dedicato alle Belle Arti, ridotto rispetto a quello
del 1931 [86]: esposero Enrico Ursella, Giovanni Napoleone Pellis, Marco D’Avanzo,
Giovanni Battista Gressani [87], Luigi Pischiutti [88], Silvio Piccini, Plinio
Facchina, Giuseppe Fachini. La pittura murale, strumento per eccellenza dell’arte
fascista, vide impegnati Ernesto Mitri e Leo Leoncini nella decorazione della
sala del Consorzio Obbligatorio per l’Istruzione Tecnica [89],
in cui vennero dipinte delle figure umane stilizzate rappresentanti lavoratori
(a tale arcaismo formale si ricorse in Italia grazie al recupero sironiano).
Sempre opera di Mitri [90] furono il fascio littorio sul manifesto dell’esposizione
e il disegno del mosaico La famiglia preistorica realizzato da Gino
Avon, successivamente acquistato da Midena [91]. Di quest’ultimo l’esposizione
gemonese del 1935 accolse, nella Sala delle Milizie, i progetti di
diverse Case Balilla in Friuli, tutte inaugurate l’anno successivo.

La famiglia preistorica, mosaico;
(Ernesto Mitri, autore del cartone -
Gino Avon esecutore).
Anche in questa
esposizione vi fu una sala dedicata ai metalli [92] e una sezione dedicata
all’arte sacra [93]. Un’intera sezione presentava i progetti di
Raimondo D’Aronco, deceduto a San Remo nel 1932, a cui venne dedicata
l’esposizione.
La sezione più importante e brillante fu quella del mobile, il “miglior
reparto della mostra”, a detta di Antonio Faleschini [94]. “Al
piano superiore ci si indugia molto volentieri, non soltanto perché
ben disposte, nelle sale dove i mobilieri Giovanni Fantoni, Achille Fantoni,
F. Stefanutti di Gemona, Torossi di Udine, Vidoni di Gemona, Cosani di Ospedaletto
espongono sale da pranzo, camere da letto, cucine, studi usciti dai loro rispettivi
laboratori” [95]. Per il mobilificio Torossi, l'architetto razionalista
Alberto Zanini disegnò una sala da pranzo, una libreria e lo scrittoio,
“un compromesso tra le forme del Novecento e la semplificazione razionalista”
[96]. In Stile Novecento furono anche la camera da letto e la sala
da pranzo di Achille Fantoni, corredate con tappezzeria sempre a disegni novecentisti,
nonchè i mobili del mobilificio Cosani disegnati da Antonio Barazzutti.
Il mobilificio Stefanutti espose una camera da letto e una sala da pranzo
in radica grigia, “ingentilito da un quadro di Mario Bierti” [97].
Accanto a queste produzioni d'arte si accostarono quelle più economiche
dei mobilifici carnici e del mobilificio Contessi, che espose una cameretta
per bambini, nonchè i salotti in vimini della Società Friulana
per l’Industria dei Vimini [98].
2.3 _ Augusto Cernigoj e la Fantoni alla Prima Mostra dell’Artigianato Friulano
In occasione dell’esposizione gemonese del 1935 Giovanni Fantoni si circondò di grandi artisti, che furono impegnati su due fronti: quello della decorazione dell’unico ambiente che ogni espositore aveva a disposizione e quello della progettazione degli arredi. Per la scultura fece riferimento a Marcello Mascherini e a Dino Basaldella, per la pittura ad Augusto Cernigoj e ad Afro Basaldella. Per la progettazione dei mobili impegnò sia Scoccimarro sia lo stesso Cernigoj.

Disegno conservato negli Archivi Fantoni: prospettiva dello
stand della Fantoni.
Scoccimarro disegnò una sala da pranzo in legno impiallacciato con una radica grigio perla, in Stile Novecento. Come si può osservare nelle foto d’epoca conservate negli Archivi Fantoni, la stanza venne allestita con la stessa sobrietà con cui venne disegnata nell’assonometria da Cernigoj. Nelle riproduzioni fotografiche non compare l’interessante lampada da muro a due braccia progettata da Scoccimarro, inserita però nelle assonometrie. Il mobile venne sistemato in un’incassatura della parete, su cui vennero realizzate delle pitture musive attribuibili a Cernigoj, come dimostra la vicinanza per stile e pulizia lineare tra il progetto in carta velina della decorazione (Archivio Fantoni) e i graffiti musivi realizzati da Cernigoj a Ljubljana per Casa Hanus in via Praakova e Casa Batelino nel sobborgo di Šiška.


Dettagli dei graffiti a Casa Hanus in via Praakova (sopra)
e a Casa Batelino nel sobborgo di Šiška (sotto).
La stanza di
Scoccimarro presentava altre decorazioni. Alla parete sinistra venne appesa
una tela di Afro (non identificata), mentre sul mobile venne esposto un bronzetto
di Mascherini. La vicenda di quest’ultima opera è significativa
e, attraverso questa ricerca, è stato possibile aggiungere un dettaglio
in più sulle vicende mascheriniane. Nella bibliografia dello scultore,
infatti, non si cita la sua partecipazione alla Prima Mostra dell’Artigianato
Friulano. Analizzando le foto d’epoca degli Archivi Fantoni emerge
con evidenza che il bronzetto esposto nella sala di Scoccimarro è Donna
al sole (1933). Fino ad oggi se ne hanno notizie certe solo fino al 1934,
anno in cui fu esposto alla XIX Esposizione Biennale Internazionale
d’Arte di Venezia, dopodiché se ne perdono le tracce. E’
quindi plausibile pensare che venne acquistato nel 1935 da un privato che
visitò l’esposizione gemonese.
La parte opposta dello stand, costituita da due sale, venne occupata dal soggiorno
e dalla camera da letto progettati da Cernigoj. Sulla mensola dell’armadio
del soggiorno venne messo un bronzetto di Dino Basaldella, Ritratto del
pittore Sandro Filippini (1930), ora in collezione privata. Dalle foto
d’epoca si nota nella parete a destra la presenza di un quadro, non
identificato.

Il mobile di Scoccimarro incassato nel muro con le decorazioni
musive di Cernigoj e il bronzetto Donna al sole (1933) di Marcello
Mascherini (Foto: Archivi Fantoni).
Il mobile di Cernigoj con sopra il bronzetto Ritratto
del pittore Sandro Filipponi (1930) di Dino Basaldella (Foto: Archivi
Fantoni).
Cernigoj progettò dei mobili semplici, di forma rettangolare con gli angoli arrotondati su alti sostegni. Il salotto comprendeva un tavolino decorato a intarsie di buxus sormontato da una superficie in vetro, due poltroncine in acero e bambù e un mobile con decorazioni intarsiate in buxus. Il salotto non presentava delle forti innovazioni rispetto a quanto era diffuso in quel periodo in Italia. Il tavolino a piani rialzati si ritrovava con frequenza già dalla Triennale di Monza del 1930 e le sedie presentavano una tipologia particolarmente diffusa. Tra l’altro, il gusto con cui Cernigoj progettò il salotto denota la forte influenza dei progetti per arredi navali di Pulitzer Finali. Anche il tavolino da tè Gramofono non era particolarmente innovativo e si può estendere lo stesso discorso alla camera da letto.

Il tavolo intarsiato del salotto di Cernigoj.

Il tavolino da tè Gramofono di Cernigoj.
Il merito indiscusso
di Cernigoj per queste realizzazioni è legato alle decorazioni ad intarsio
dei mobili. La grande maestria dell’artista, infatti, permise al Mobilificio
Giovanni Fantoni di valorizzare la tecnica dell’intarsio, ambito
in cui già eccelleva. Per il mobile del salotto Cernigoj disegnò
una scena di corrida (è errata l’interpretazione della Bucco
che legge in essa delle figure di pastori e contadine vestite con abiti folkloristici
sloveni), come si può notare dalla divisa da matador del personaggio
maschile in atto di infierire un colpo con una spada al toro, e le tre figure
femminili con abiti folkloristici spagnoli (una si nasconde il volto con un
ventaglio). Il tavolino del salotto, invece, riportava dei nudi femminili
stilizzati, tipici della produzione di Cernigoj di quel periodo. Nella camera
da letto le ante dell’armadio e il letto vennero decorati con motivi
a simboleggianti il mare (alghe leggere mosse dall’andamento sinuoso
delle onde) e il cielo (uccelli e morbide nuvole). L’intonazione chiara
degli intarsi abbinata a colori pastello delle figure è una diretta
influenza degli arredi di Pulitzer Finali.
I mobili vennero realizzati in buxus, materiale che Cernigoj conosceva grazie
al lavoro per agli arredi navali, ma l'artista si abbandonò a sperimentazioni
con diversi materiali: rivestimenti in ebano e cuoio cromato nel tavolino
da tè Gramofono e l'abbinamento del frassino al bambù
nella testiera del letto. “Questo gusto, assolutamente rivoluzionario
nell’uso di materiali vecchi e nuovi, destò critiche e scalpore
e non fu determinato solo dall’autarchia economica, ma trovò
evidentemente rispondenza nell’attitudine sperimentale dell’artista
stesso” [99].

La camera da letto di Cernigoj.
I mobili dell’esposizione gemonese vennero costruiti in piccole serie
[100]. La camera da letto fu replicata per la casa Saglio, mentre l’angolo
conversazione con le poltrone e il tavolino da tè Gramofono
fu comprato dall’ingegnere Sbuelz. Una versione semplificata del tavolino
da tè Gramofono fu presentata alla Mostra dell’Artigianato
di Firenze dello stesso anno.
I mobili disegnati da Cernigoj ottennero, a livello di critica, successo.
Antonio Faleschini così li commentò: “nella sala, per
sé occupata, Giovanni Fantoni ha esposto una camera da letto completa,
mobilio da toletta, stanza da pranzo, credenza, lampadario. Tutti mobili in
stile moderno e non solo di piacevole ornamento, ma di straordinaria comodità.
Sono lavori bene rifiniti, lucidati alla perfezione tanto che pare di commettere
una profanazione soltanto il toccarli. Giovanni Fantoni ha partecipato ad
otto esposizioni d’arte sempre ottenendo i migliori premi. Da tenersi
presente che alla Va Esposizione internazionale delle arti decorative si meritò
il diploma d’onore di esecuzione e il premio di 10 mila lire del Rotary
per le arti applicate. Dei diversi mobili e altre cose esposte da Giovanni
Fantoni progettisti sono i professori Cernico [101] e Scoccimarro, scultori
Basaldella e Moscherini, pittori A. Cernico e Afro” [102]. Più
cauto Arduino Berlam: “Giovanni Fantoni da Gemona, un tempo maestro
nel costruire mobili di tipo friulano tradizionale, si è presentato
in veste di novecentista, con una stanza da letto disegnata dal pittore Cernigoi.
Non tutte le trovate di quest’ultimo sono, a parer mio, egualmente commendevoli.
Soprattutto m’ha poco persuaso l’impiego del bambù nocchieruto
in mezzo alle superfici dei legni lucidati a specchio e rettilinearmente geometriche”
[103].
Caisutti Dott. 1935 503,0003 Prof. Cernigoj
Esposizione Gemona 1935 1935 29,0000 Prof. Cernigoj
Esposizione Gemona 1935 1935 503,0001 Prof. Cernigoj
Genio Civile (di dove?) 1765,0000 Prof. Cernigoj
Raggia Sig. 1935 503,0006 Prof. Cernigoj
Saglio Dott. 1935 503,0002 Prof. Cernigoj
Sbuelz Ing. - Tricesimo 1935 503,0005 Prof. Cernigoj
Vallarth Dott. 1935 503,0004 Prof. Cernigoj
Il documento
con ogni probabilità indica gli acquirenti della mobilia riprodotta
dal progetto di Cernigoj.
[101]
E’
il nome di Cernigoj italianizzato in ossequio delle leggi fasciste.
[102]
Faleschini,
1935 (II).
[103]
Berlam,
1935, p.267.
E. Gilberti,
Espositori del Friuli alla Mostra di Monza, in La Panarie, Rivista Friulana
d’Arte e di Coltura, anno I, n.6, novembre – dicembre 1924
G. Braida, Le industrie friulane alla Fiera Campionaria di Milano, in La Panarie, Rivista Friulana d’Arte e di Coltura, anno II, n.9, maggio – giugno 1925
C. Ermacora, La Prima Biennale Friulana d’Arte, in La Panarie, Rivista Friulana d’Arte e di Coltura, anno III, n.17, settembre – ottobre 1926
O. Aloisio, I friulani e Monza, in La Panarie, Rivista Friulana d’Arte e di Coltura, anno IV, n.20, marzo - aprile 1927
Le navigazioni, in La Casa Bella, anno VIII, n.27, marzo 1930
E.Paulucci, Monza 1930, in La Casa Bella, anno VIII, n.27, marzo 1930
Udine e Gorizia all’XI Fiera di Milano, in La Panarie, Rivista illustrata d’arte e cultura, anno VII, n.38, marzo – aprile 1930
E. A. Zumino,
La mostra di Gemona, in La Panarie, Rivista illustrata d’arte e cultura,
anno VII,
n.38, marzo – aprile 1930
A Monza fra breve... , in La Casa Bella, anno VIII, n.28, aprile 1930
L’arte decorativa italiana a Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.29, maggio 1930
Un saggio della trasformazione della Villa Reale di Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.29, maggio 1930
A. Pica, La mostra grafica a Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.29, maggio 1930
Leader (E. Persico), Tendenze e realizzazioni, in La Casa Bella, anno VIII, n.29, maggio 1930
E. PA., Argenteria utilitaria, in La Casa Bella, anno VIII, n.29, maggio 1930
Le piccole industrie a Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.29, maggio 1930
C. Someda de Marco, I Friulani a Monza, in La Panarie, Rivista illustrata d’arte e cultura, anno VII, n.39, maggio – giugno 1930
Leader (E. Persico), Arredamento a Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.30, giugno 1930
Due ambienti d’arte moderna presentati da Gaetano Borsani alla Mostra di Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.30, giugno 1930
Arredamento a Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.31, luglio 1930
I friulani alla V Fiera di Fiume, in La Panarie, Rivista illustrata d’arte e cultura, anno VI, n.34, luglio – agosto 1929
G. Pulitzer, Nuovi arredamenti navali, in La Casa Bella, anno VIII, n.33, settembre 1930
Ambienti della mostra di Monza, in La Casa Bella, anno VIII, n.33, settembre 1930
R. Pacini, La IV Triennale d’Arti Decorative a Monza, in Emporium, settembre 1930
P. Torriano, Cronache d’arte – Arte pura a Monza, in La Casa Bella, ottobre 1930
Alta onorificenza a Monza, in La Panarie, Rivista illustrata d’arte e cultura, anno VII, n.42, novembre – dicembre 1930
A. Nezi, Edilizia Moderna – Del tema più dolce. La casa, in Emporium, febbraio 1931
C. Ermacora, Artisti giuliani e friulani alla XVIII Biennale di Venezia, in La Panarie, Rivista illustrata d’arte e cultura, anno IX, n.51, maggio – giugno 1932
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Gustavo Pulitzer Finali – Navi e case – architetture interne 1930 – 1935, introduzione di A. Maraini, Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1935
U. Apollonio, Mostra dei cartelloni per il giugno triestino, in Emporium, maggio 1935
La terza mostra del mare, in Casabella, anno XIII, n.92, agosto 1935
Il via ad una importante rassegna, in Il Popolo del Friuli, 17 agosto 1935
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Risorse dell’intarsio, in Domus, aprile 1936 XIV
A. Pansera, Storia e cronaca della Triennale, Longanesi & C., Milano, 1978
D. Riccesi, Gustavo Pulitzer Finali – Il disegno della nave – Allestimenti interni 1925-1967, Marsilio, 1985
G. Bucco, Il mobilificio Fantoni di Gemona ovvero la nascita dell’ “industrial design” del mobile friulano, in Cultura in Friuli – Atti del convegno internazionale di studi in omaggio a Giuseppe Marchetti (1902 – 1966), a cura di Gian Carlo Menis, Società Filologica Friulana, Arti Grafiche Friulane, 1988
G. Ciucci, Gli architetti e il fascismo – Architettura e città 1922-1944, Einaudi, 1989
B. Hillier, S. Escritt, Art Déco, Mondadori, 1997
M. Masau Dan, F. De Vecchi, Augusto Cernigoj – Poetica del mutamento, catalogo della mostra, Civico Museo Revoltella Trieste, 1998
E l’architetto disegò un mobile, in Il Piccolo di Trieste, 3 aprile 1999
Le arti a Udine nel Novecento, catalogo della mostra a cura di Isabella Reale, Marsilio Editori, 2000
Rassegne d’arte e di lavoro a Gemona negli anni Trenta, di G. Bucco, in Glemone, a cura di Enos Costantini, Societât Filologiche Furlane, Arti Grafiche Friulane, 2001 (I)
Produzione di serie e creatività individuale – Le nuove opportunità del mobile “made in Gemona”, di G. Bucco, in Glemone, a cura di Enos Costantini, Societât Filologiche Furlane, Arti Grafiche Friulane, 2001 (II)
G. Bucco, Artisti del Novecento: vicende di friulani e sloveni in una terra di confine, in Slovenia, un vicino da scoprire, 80. Congresso della Società Filologica Friulana, Udine, Società Filologica Friulana, 2003
Legno, industria, design: dagli archivi Fantoni, catalogo della mostra, Silvana Editoriale, 2003
V. Zanon, Legno, industria, design: dagli archivi Fantoni, in La Panarie, Rivista Friulana di Cultura, anno XXXVI, n.137, giugno 2003
Il Déco in Italia, a cura di Fabio Benzi, catalogo della mostra, Electa, 2004
C. Sabidussi,
Ia Mostra dell’Artigianato Friulano – Gemona del Friuli –
15 agosto-15 settembre 1935, Piccole vecchie cronache gemonesi, n.10, dicembre
2004

La locandina della manifestazione (Archivio Fantoni).

L'invito (Archivio Fantoni).

I francobolli recanti il logo della manifestazione (Archivio Fantoni).

L'edificio sede della manifestazione (veduta diurna).

Assonometria dello stand Fantoni eseguito da Cernigoj (utilizzato per il volantino dello stand) (Archivio Fantoni).

Assonometria2 dello stand della Fantoni realizzato da Cernigoj (Archivio Fantoni).

I progetti di Cernigoj per il salotto (Archivio Fantoni).

I progetti di Cernigoj per la camera da letto (Archivio Fantoni).

Dettaglio delle decorazioni nei progetti di Cernigoj per la camera da letto (Archivio Fantoni).

Dettaglio delle decorazioni nei progetti di Cernigoj per la camera da letto (Archivio Fantoni).

Sagoma in legno per le decorazioni della camera da letto progettata da Cernigoj (Archivio Fantoni).

Dettaglio delle decorazioni nei progetti di Cernigoj per la camera da letto (Archivio Fantoni).

Sagoma in legno per le decorazioni della camera da letto progettata da Cernigoj (Archivio Fantoni).

Lo stand Fantoni: il salotto progettato da Cernigoj (Archivio Fantoni).

Lo stand Fantoni: scorcio (Archivio Fantoni).

Lo stand Fantoni: la stanza progettata da Scoccimarro (Archivio Fantoni).